ANGELO STOPPA


Don Angelo L. Stoppa (1915-1998),
fondatore della Associazione di Storia della Chiesa Novarese e della rivista “Novarien.”

 Necrologi
  

Prima di chiudere questo numero 27 della rivista, un lutto, gravissimo, è avvenuto per tutti noi all’inizio dell’anno 1998, il 17 gennaio, con la scomparsa, dolorosissima, di don Angelo Luigi Stoppa, fondatore dell’Associazione di Storia della Chiesa Novarese e di “Novarien.”, oltre che infaticabile organizzatore e direttore dell’Archivio Storico Diocesano. L’Associazione di Storia della Chiesa Novarese intende ricordare il suo fondatore e primo presidente con inziiative future, tra cui un volume in sua memoria. Ringrazia quanti hanno delineato la personalità di don Angelo con articoli su quotidiani e su settimanali e coloro che si sono fatti presenti di persona o con degli scritti.

Lunedì 17 febbraio, in occasione della trigesima, affollata era la chiesa del Rosario per la celebrazione della S. Messa, promossa dall’associazione. Mons. Germano Zaccheo, vescovo di Casale ha voluto, in segno di stima affettuosa verso don Angelo, presiedere il rito ed ha avuto parole incisive e toccanti, che hanno delineato il carattere dell’uomo, fermo, scontroso alle volte, ma anche capace di forme squisite di generosa accoglienza; la curiosità dello studioso, sempre portato ad analisi, con lo stimolo del dubbio metodico; la semplicità della fede, che gli invadeva il cuore. Concelebravano la Messa don Gregorio Pettinaroli, vicario generale, don Franco Brusori, parroco del Duomo e don Mario Perotti, pro archivista diocesano.
In attesa di presentare più compiutamente nel numero della rivista annunciato la vicenda e il curriculum dell’uomo e dello studioso (anche con una bibliografia delle opere; e sarebbe auspicabile raccogliere i suoi studi notevoli non pubblicati in volume), si dà qui un breve ragguaglio biografico, legato alla cronaca delle estreme onoranze.

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Lunedì 19 gennaio sino sono svolti nel Duomo di Novara i funerali di don Angelo Luigi Stoppa, direttore dell’Archivio Storico Diocesano. Si era spento alle prime ore di sabato 17 gennaio presso la Divina Provvidenza, di cui era ospite dall’agosto 1995. Il vescovo di Novara, mons. Renato Corti, che presiedeva la concelebrazione, ha avuto parole toccanti e commosse di ricordo e di speranza, esclamando: «Chissà come don Angelo rileggerà ora la storia, osservandola nella luce nuova di chi è ormai oltre la fede, nella visione di Dio!»
Era nato a Borgosesia (Vc) il 13 febbraio 1915, e, dopo aver frequentato il curriculum formativo e di studio nei seminari diocesani, venne ordinato prete il 29 giugno 1938, insieme con il futuro card.Ugo Poletti. Nel luglio 1939 venne inviato a Domodossola come assistente dell’Oratorio giovanile. Nel gennaio del 1940, provvisto del beneficio coadiutorale di Sant’Antonio fu trasferito a Ghemme, dove organizzò l’Azione Cattolica giovanile e l’Oratorio maschile. Antifascista convinto, durante la Resistenza fu cappellano della Brigata Volante Loss. Dopo l’uccisione di un tedesco, insieme con l’allora podestà Guido Crespi, perorò per la salvezza del paese di Ghemme da una crudele rappresaglia, senza però poter evitare l’uccisione di 10 partigiani, che assistette negli ultimi momenti.
Nel giugno del 1945 mons. Ossola lo chiamava a ricoprire la carica di assistente diocesano della GIAC e il ruolo di segretario della Giunta Diocesana dell’A.C. con padre mons. Fasola. Era allora presidente della GIAC Oscar Luigi Scalfaro, poi presidente di Giunta. Di fronte a difficoltà a trovare un’intesa tra i vecchi popolari, l’A.C., d’intesa con il vescovo, candidò Scalfaro alle elezioni del 1946.
Successivamente fu prodelegato dell’A.C. insieme con mons. Piana. Nel 1950 rinunciò al beneficio di Ghemme e nel 1952 prese la direzione de “L’Azione”, che rese bisettimanale e dei due settimanali: “Il Verbano” e “L’informatore”. Fondò la casa editrice L’Azione che pubblicò diverse opere anche di Mazzolari, Cavigioli, Barra, Fabbretti e Newman. Fondò il bollettino interparrocchiale “La Campana”.
Nel 1958 in seguito a divergenze di vedute con mons. Gremigni dovette lasciare gli incarichi a livello diocesano e iniziò l’insegnamento della religione all’Omar. Nel 1964 venne nominato archivista dell’Archivio Storico Diocesano da parte di mons. Cambiaghi.
La sua attività si protrasse sino alla morte in modo indefesso.
È difficile delineare la sua opera come archivista stimato in tutta Italia (fu anche vicepresidente dell’Associazione degli Archivisti ecclesiastici). Egli, dopo aver invano cercato di dar vita ad un Museo Diocesano, riorganizzò l’Archivio e lo rese disponibile alla consultazione. Più di un centinaio di tesi vennero sviluppate sui documenti dell’Archivio Storico Diocesano e furono seguite anche dalla sua competenza. Fondò nei primi anni del suo mandato di archivista l’Associazione di Storia della Chiesa Novarese, che dal 1967 pubblicò periodicamente la rivista “Novarien.” giunta ora al 27° numero. Promosse convegni e visite guidate e iniziò, dirigendola, la collana “Studi novaresi”. Organizzò diversi seminari di studio divisi per settori di indagine: da quello delle miniature, alla musica sacra, ai tessuti antichi, alla religiosità precristiana nel territorio novarese per capire il passaggio tra il paganesimo ed il cristianesimo. Dette un contributo fondamentale inesausto alla conoscenza della storia della diocesi, eccellendo in alcune biografie di vescovi (in particolare Antonio Tornielli e il beato Innocenzo XI) di esponenti del clero (Giuseppe Rossi, il beato Pacifico, Giovanni Antonio Del Vecchio, Benedetto Giacobini, Carlo Francesco Frasconi) e in temi istituzionali, quali i sinodi diocesani, in ricerche sugli edifici sacri e sull’arte, senza trascurare aspetti della cultura materiale come la storia del vino di Ghemme e di Fara e della Bassa novarese. Poliedrico e dinamico aveva anche dato vita con alcuni collaboratori, dopo una campagna di sensibilizzazione pubblica su “L’Azione”, al Comitato per il Parco della Battaglia della Bicocca, destinato a valorizzare dal punto di vista storico ed ambientale uno dei luoghi caratteristici dei dintorni di Novara, la valle dell’Arbogna.
Suo modello era diventato Carlo Francesco Frasconi, l’archivista del capitolo e grande conoscitore di tutta la documentazione storica della diocesi degli inizi del sec.XIX, a cui don Angelo aveva dedicato un convegno di studio, di cui uscirono gli atti in un fondamentale volume. L’opera storica di don Stoppa era sempre basata su documentazione, raccolta ed accertata di prima mano Aveva rifiutato il canonicato del Duomo e il monsignorato per continuare ad essere un servitore amante della sua chiesa, come lo esigeva il suo fiuto di raccoglitore di memorie. La sua dedizione al servizio della Chiesa novarese la si trova espressa anche nel momento più difficile della sua vita, quando dette le dimissioni da ogni incarico per divergenza di vedute ecclesiali. Egli scrisse un nobile commiato ai lettori ed a chi gli chiedeva i motivi rispose: «Per amore della Chiesa gaudenziana, che modestamente ma sinceramente ho sempre cercato di servire, preferisco tacere».
Anche a mons. Del Monte, nel 1988, alla vigilia dei lavori del XX Sinodo Diocesano, apriva il suo animo con queste parole: «Ho pregato, mi sono consigliato, ho riflettuto: sono addolorato di dovermi confermare di non essere in grado che di ringraziare Iddio per aver conservato la Fede, di non aver perso la Vocazione e di sentirmi per buona sorte non del tutto disutile alla causa della Chiesa diocesana, a cui consacrai la vita con entusiasmo, con dedizione anche se con pochezza».
All’estremo saluto, accanto a numerose rappresentanze di enti e di associazioni , tra cui il parroco, il sindaco di Ghemme con il gonfalone e diversi uomini, formati da don Angelo, non è mancato un toccante telegramma indirizzato al vescovo da parte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che ha voluto così ricordare don Angelo:
  

Partecipo alla preghiera della Diocesi nel ricordo di don Angelo Stoppa che con intelligenza e passione ha fatto rivivere tante pagine di storia ecclesiastica e civile di Novara e della grande diocesi di San Gaudenzio. Ripenso con riconoscenza alla generosità della sua vita sacerdotale tra noi giovani e al suo Affettuoso interesse durante il mio cammino di pubblica responsabilità. È un esempio che non si spegne. Con tanta affettuosa devozione.

Oscar Luigi Scalfaro

Pubblichiamo ora il commiato letto da don Mario Perotti, suo successore all’Archivio Storico Diocesano, al termine della S. Messa celebrata per le esequie

Ciò che hai, la morte prende ciò che dài, la morte rende!
Oggi questo detto popolare lo verifichiamo qui, per Te, don Angelo, che non avresti mai pensato, né voluto un addio in questa forma, così partecipata e solenne. Abbiamo ringraziato il Signore nell’eucaristia, celebrata per Te e ora vogliamo dire grazie anche a Te, in quella corrispondenza di filiali affetti, che, nella prospettiva cristiana, vanno oltre la morte. Ti dice grazie il paese di Ghemme, qui rappresentato dal Sindaco con il gonfalone, dai parroci e da tante persone che ti hanno conosciuto. Tu, a Ghemme, nelle primizie del Tuo ministero, hai educato i giovani ai valori che non passano, rischiando la vita nel tentativo di attuare la difficile coniugazione tra Vangelo e libertà civili.
A Ghemme hai cercato di evitare una rappresaglia che poteva essere una strage in quel tragico marzo del 1945, quando hai visto però cadere con dignità dei giovani, che fino all’ultimo hai confortato, tentando di intercedere perché fosse loro risparmiata la vita. Ed a Ghemme sei ritornato per difendere la collina e per far conoscere sempre più il suo vino, di cui scrivesti la storia, come fosse una persona viva, che si ama.
Poi l’impegno diocesano (e qui il grazie coinvolge molte più persone), con una gran moto a percorrere l’intero territorio, parrocchia per parrocchia, per sviluppare quella che oggi chiamano la “pastorale giovanile” e formare i quadri dell’Azione Cattolica, preparando dirigenti che poi sono state delle colonne per la Chiesa e la società. Quindi la stampa ed è un altro richiamo di gratitudine. In seminario Ti si chiamava “don Stampa” perché sapevi sempre immedesimarti nell’incarico ricevuto e dare sempre tutto, mantenendo però la libertà interiore della ricerca e della comunicazione della Verità, come primo atteggiamento di Carità verso tutti. Il tuo dire “pane al pane e vino al vino” scontentò alcuni. Soffristi per questo, ma sempre a testa alta, con la dignità di mai nulla chiede per sè e soprattutto rifiuta ogni favore, quando bisognasse scendere a compromessi.
E vennero gli anni della scuola. Ancora oggi ci sono degli alunni, che hanno frequentato l’Omar e che ti sono riconoscenti. E vennero a partire dal 1964 gli anni dell’Archivio. Ti vogliamo dire grazie(qui mi associo anch’io direttamente) per la tua capacità di rievocare il passato e di essere incentivo alla ricerca. Per Te gli Archivi erano i granai del futuro. Grazie anche per la promozione di molte iniziative che sarebbe lungo enumerare. Non si può trascurare la fondazione del Comitato per Parco della Battaglia della Bicocca per la valorizzazione di una parte della città, purtroppo in degrado, ma ricca di memorie storiche e paesaggistiche. E quante soste a rinverdire la memoria in luoghi carichi di fede e di storia e di arte. Penso che tutto il presbiterio diocesano (qui rappresentato in forma autorevole e numerosa) e molti studiosi Ti debbano riconoscenza per “Novarien.” Esso ha determinato nel modo migliore le premesse per una storia della Chiesa novarese, ora posta in cantiere e prossima a vedere la luce. Grazie per tutto questo compiuto con uno zelo sacerdotale che non ha mai conosciuto quella che il Bascapé definiva la «letarghia», cioè la pigrizia. Per Te il prete doveva dare sempre tutto per amore; Ti è stato vicino sino all’ultimo don Giuseppe Rossi, il prete martire, che Tu hai fatto rivivere e la cui immagine ha vegliato al tuo capezzale nei momenti della tua malattia. Tu avevi intuito in quel pretino mingherlino la stoffa del pastore buone che ha il fuoco nel cuore e senza molte parole sa donare tutta la sua vita.
«Il martirio di un prete» hai scritto «non sarà mai argomento di moda perché partecipa del mistero pasquale di Gesù morto e risorto e non può essere capito se non nella prospettiva della croce: una croce (e qui echeggiavi don Rossi) che non dobbiamo solo portare, ma salire», per dire che la croce va accettata e vissuta. Anche per Te è venuto quel momento durato parecchi mesi... e Tu l’hai accolto e vissuto... guardando a don Giuseppe... per tutti noi. Ti vogliamo dire grazie anche per questo, nonostante la maschera burbera con cui cercavi di nascondere la commozione, quando ti si avvicinava. A nome tuo un grazie anche a Paolo Monticelli, che si è prodigato come fosse un figlio; un grazie al personale della Divina Provvidenza, la tua ultima dimora terrena.
Ed infine quando la croce era quasi al termine e non riuscivi più a parlare, ti era caro cercare e invocare la madre Maria. Ricordo le Tue labbra che si muovevano quando sentivi l’Ave Maria. Era la preghiera che ti ricordava la Tua mamma, anzi le tue due mamme che avevi avuto e che hai amato con cuore indiviso e dalle mamme terrene il Tuo pensiero andava a Maria, la madre di tutti, donata per noi sulla croce. Ti accolgano ora Maria e le tue due mamme; con lo zio, il vescovo Carlo; ti accolgano nella gioia della Festa che non ha fine i Tuoi cari ed i santi che ci hai fatto conoscere. Ricordati del Tuo fratello, che ti piange, dei tuoi nipoti e delle loro famiglie, dei cugini, dei parenti. Noi preghiamo per Te e Tu non ci dimenticare. Addio, don Angelo, a Dio! Amen.
 
Don Angelo Luigi Stoppa riposa ora nella tomba di famiglia nel cimitero di Cerano


Mario PerotTI
da "novarien." , 27, 1997

 

Don Angelo Stoppa sulle orme di Frasconi alla ricerca dell’anima della storia

Con quel suo cuore buono e grande così, sotto il clergyman liso e non stirato, don Angelo Stoppa a volte abbaiava, sì, perché era fatto così, ma non mordeva mai nessuno; i suoi denti spezzavano e scioglievano soltanto i grumi del sale della storia, da segugio di razza qual era alla scoperta delle radici più profonde di questa terra di acqua, di sole e di nebbie spesse, di colline succose di vino, di natura verdeazzurra ai piedi del Rosa. Di queste zolle, come di ogni persona che negli ultimi anni chiedeva lumi al grande vecchio delle carte diocesane più antiche, egli cercava sempre l’anima. Chi crede il contrario s’è lasciato ingannare dalle apparenze, proprio quelle che il perennemente insoddisfatto ricercatore borgosesiano aborriva. Di ogni pergamena coi caratteri goticizzanti, di ogni documento latino sbiadito e contrassegnato da una ceralacca ultracentenaria, di ogni faldone della più piccola pieve alpina o del più illustre presule con interessi vaticani controriformistici egli disseppeliva l’umanità, riconosceva una ragione segreta di scelta personale di cui discutere, radiografava una tensione spirituale che attendeva d’essere scoperta e comunicata, facendo sempre emergere un interrogativo per scuotere l’oggi. Per lui la storie era vita davvero vissuta.

Quei suoi occhi, cristallini come le risaie della sua Bassa e come l’acqua del suo Sesia che tanto cantò, osservavano l’interlocutore a cui poneva sempre una domanda intima, scrutavano le carte fatte passare in mano come tasselli di un mosaico da ricostruire per un imperativo etico, quegli occhi sotto spesse ciglia imbiancate erano luce per tutti dentro le stanze di un luogo di solito oscuro e tanto poco ospitale come un archivio, quegli occhi fulminavano anche... Ma qualche tempo fa hanno cominciato ad appannarsi, velandosi forse con una di quelle nebbie d’un tempo della stessa amata Bassa. Allora anche le gambe si sono rifiutate di sorreggere un corpo che non poteva più nutrirsi dell’anima degli uomini e della loro storia scrutandola, attraverso pagine e parole di libri o giornali e dello stesso «Libro dei libri», come aveva sempre fatto, con gli occhi di sempre. Senza di essi non riusciva più a lottare contro l’angelo del male e della storia e così, quando la Casa di riposo della Divina Provvidenza era avvolta dal silenzio della mezzanotte, passata da mezz’ora, lo scorso venerdì 17 gennaio don Angelo, il caro vecchio e ormai ingiustamente solo don Angelo ha pregato che, in silenzio, una mano maternamente celeste si posasse a chiudere per l’ultima volta i suoi occhi, troppo stanchi per un nuovo anno in un letto che, con l’ossigeno artificiale, stava diventando un torchio di Passione, che aveva già visto per suoi confratelli oblati e per il mistico Rebora conosciuto a Stresa. Da lottatore che alla fine sempre cedeva di fronte all’amore, ha cercato e trovato l’ultima sua verità imprimendo sicuramente il sigillo della storicità alla nascita della sua vita soprannaturale.
L’unica immagine superstite sul tavolino, tra i medicinali e i biscottini di Novara da sciogliere nel latte, accanto a quella dello zio vescovo e all’altra mariana della vergine madre della sua vocazione appassionata e sempre interrogante, raffigurava il martirio resistenziale del giovane parroco Giuseppe Rossi, il suo Eroe di carità, come volle intitolare il libro dedicatogli (SDN, Novara 1986), icona paolina del dono totale per l’anima degli altri, specchio in cui don Stoppa si riflesse confrontandosi umilmente sempre.
La morte, se pure è salvezza, strappa qualcosa dentro a chi resta e perciò queste righe, scritte a caldo la notte successiva allo spegnersi di quella fiamma per ottant’anni ardente e guizzante, non possono essere un necrologio distaccato perché sono soltanto frammenti lacerati, appunto strappati, di un atto di filiale riconoscimento verso un maestro di cultura e anche un padre spirituale, sui generis ma paternamente caro.
Qualcuno tra i pochi rimasti fedeli sarebbe andato a fargli gli auguri per il suo ottantatreesimo compleanno il prossimo 13 febbraio, perché era nato nel cuore della sua Valsesia, a Borgosesia, l’anno in cui l’Italia entrò nella Grande Guerra. E alla vigilia dell’esplosione vera dell’altro conflitto mondiale, il secondo, il 29 giugno del 1938, il ventitreenne Angelo era stato consacrato sacerdote insieme col futuro cardinale Ugo Poletti. E subito si era tuffato in mezzo alla gioventù a fondare gruppi e a far circolare idee: prima a Domodossola, poi a Sant’Antonio di Ghemme, dove avviò l’organizzazione dell’Azione Cattolica locale. Mal sopportando il regime fascista, fu in prima linea come cappellano della brigata Loss durante la Resistenza (e proprio a Ghemme non si tirò indietro quando il paese rischiò una spietata rappresaglia a causa dell’uccisione di un militare tedesco; il suo slancio non poté evitare l’eccidio brutale di dieci partigiani, ai quali fu vicino senza distinzione di fede negli ultimi drammatici momenti). Terminata la guerra, proprio il vescovo della Liberazione mons. Ossola lo scelse come assistente diocesano della GIAC, allora presieduta da Oscar Luigi Scalfaro. Intanto don Stoppa aveva assunto anche il ruolo di segretario della Giunta diocesana dell’Azione Cattolica con mons. Fasola e fu proprio la sua Azione Cattolica, di fronte alla difficoltà di trovare un’intesa tra i vecchi popolari novaresi, a convincere il giovane Scalfaro a candidarsi alle prime elezioni del 1946: fu il primo passo di un lungo cammino fino al Quirinale (tra l’altro, negli anni scorsi, accettò dall’amico capo dello Stato l’invito, improntato a modestia, a non pubblicare una biografia novarese scalfariana, rimasta così con altre carta nel cassetto dell’editore). Prete battagliero e intraprendente, affinò le sue doti organizzative oltre che la sua vis comunicativa gagliarda quando, nel 1950, dopo aver rinunciato alla parrocchia di Ghemme, prese il giornale diocesano “L’Azione”: lo svecchiò, fondò nuove rubriche, aprì un dibattito, senza temere la critica se costruttiva: la testata divenne ben presto bisettimanale, animando contemporaneamente gli altri settimanali “Il Verbano” e “L’Informatore”, pensando per primo a quella possibile catena d’informazione oggi concretizzatasi nella SDN sotto la guida di un altro prete di razza comunicativa come Cacciami. Nell’ansia interiore di comunicare al mondo la Parola dentro le parole della memoria, i suoi occhi vedevano lontano, fin dove galoppava la sua voglia contagiante di cultura: per questo – con un’intuizione notevole – fondò, col nome della testata “L’Azione”, un gioiellino di casa editrice, tenendo contatti in ambito ecclesiale nazionale – facendo collaborare anche don Primo Mazzolari – e non solo (così i pensieri del novarese mons. Cavigioli ebbero anche un’edizione spagnola: Nuevas siestas de una cura, Editorial Casulleras, Barcelona 1959), traducendo per primo in Italia testi spirituali di De Lubac e Newman e scrivendo una delle pagine più luminose e sprovincializzate della cultura editoriale e militante novarese degli ultimi secoli. Una pagina che firmò soprattutto con quel capolavoro di autorevolezza scientifica, di coesione intellettuale e di resistenza operativa che è “Novarien.” (titolo scritto sempre con il punto finale, trattandosi dell’abbreviazione di «Ecclesia Novariensis»), la cui rigorosissima copertina grigia si può trovare nelle sale riviste delle più lontane università. In questi giorni è stato messo in distribuzione il numero 26, che si apre con uno dei suoi ultimi testi di ricerca. Tra pochi mesi un altro numero uscirà listato a lutto in sua memoria.
Il primo numero reca invece la data del 1967, tre anni dopo essere stato nominato da mons. Cambiaghi archivista diocesano e dieci anni dopo che le divergenze con il precedente vescovo principe Gilla Gremigni che lo avevano portato a rassegnare le dimissioni dagli incarichi diocesani avviando la felice esperienza di insegnamento all’Omar. In via Puccini 11, attuale sede dell’Archivio storico diocesano, don Stoppa creò un miracolo culturale dove prima c’erano vecchie carte ammuffite e dimenticate (ma forse non si sa che per la sua opera fu stimato in tutta Italia venendo anche eletto vicepresidente dell’Associazione degli archivisti ecclesiastici): soprattutto lo aprì senza pregiudizi e vi accolse studiosi del mondo cattolico tanto quanto ricercatori laici e non credenti, o semplici appassionati della propria chiesa parrocchiale di campagna, o ancora studenti (oltre cento tesi sono state condotte su documenti dell’archivio, su stimolo o indicazioni di lui).  Tra quelle carte e quegli incunaboli non mancavano difficoltà e incomprensioni, luci e ombre, anche con il palazzo curiale soprastante, ma la sua fiducia verso ogni sincero cercatore di verità (qualunque verità) e verso una Chiesa fondata sulla verità di Cristo faceva sciogliere ogni nodo. Chiedeva soltanto amore per le radici, per la fede dei padri, rispetto per le orme di chi ci ha preceduto. Così quell’orso buono sempre più incanutito ha raccolto come una chioccia amorevole una famiglia eterogenea di laici – che in lui scoprivano una Chiesa dialogante – come a Novara e in tutta diocesi, in ambito culturale, forse non era successo mai. Dopotutto la sua intuizione di pastorale della cultura e di carità intellettuale (non teorizzata ma vissuta) era, innanzi tutto, credere nella storia senza secondi fini, nella certezza che la verità di quella stessa storia riflette l’anima spirituale del mondo. È la lezione migliore di questo propugnatore dell’apertura conciliare, con la fondazione dell’Associazione di Storia della Chiesa Novarese che tuttora raccoglie centinaia di iscritti, con convegni, con gruppi di studio (dalle miniature ai tessuti antichi, fino a quello più recente sulla religiosità precristiana nel territorio novarese), ancora con visite guidate, con i libri rigorosi – tra storia, arte e letteratura – della collana “Studi novaresi” su cui ha fatto progetti fino alla scorsa estate, spesso accanto a Emilia Dahnk Baroffio, che ora ritroverà tra i codici angelicamente miniati del Paradiso.
Ci vorrebbero molti fogli, che ora si stanno bagnando di lacrime, per ricordare le opere pubblicate da questo instancabile raccoglitore di memorie, che visse a immagine del suo modello, Carlo Francesco Frasconi, il celebre archivista del Capitolo vissuto a cavallo del 1800 al quale aveva dedicato un simposio e un volume (Frasconi Erudito Paleografo Storico, tuttora fondamentale, ristampato nel 1993). Restano, sullo scaffale, tra gli altri, La Madonna del Latte di Gionzana (1968), La civiltà del vino tra Ticino e Sesia (1974), Il Venerdì Santo di Romagnano Sesia (Associazione di Storia della Chiesa Novarese, Novara 1979), Fara terra di collina (1979), fino all’opera più amata da un pubblico vasto per stile e respiro, La Bassa novarese (nel volume miscellaneo della Camera di Commercio, Novara 1981). Eccelse soprattutto nelle opere biografiche: su Beato Pacifico da Cerano alla luce della storia (1966) – Cerano è località cui era familiarmente legato–, Giovanni Antonio Del Vecchio (Alberti, Intra 1990); Benedetto Giacobini (il prevosto di Varallo di cui pubblicò l’edizione critica della Vita scritta dal grande Ludovico Antonio Muratori; Novara 1977), Pietro Martire D’Anghiera (Interlinea, Novara 1992). Ma una bibliografia degli scritti di don Stoppa dovrà essere redatta e pubblicata (insieme agli studi dispersi che da ultimo aveva cercato di raccogliere su invito di molti estimatori in diocesi) è può darsi che lo farà il suo amato successore, scelto personalmente grazie alla disponibilità del vescovo Corti, don Mario Perotti, il quale, per un caso della storia, viene proprio da quella Ghemme dove don Stoppa si formò come sacerdote durante la guerra, e che gli si era affiancato fin dal primo numero di “Novarien.”, firmando con lui articoli e recensioni, proprio in quel numero che si apriva sul restauro del Battistero oggi ancora d’attualità.

Con i suoi occhi si chiude anche un capitolo così come si chiude un secolo.
Già entrare in archivio era un’altra cosa senza trovarlo ricurvo sul suo tavolo, davanti al calamaio cui mai rinunciò. Da oggi sarà ancora di più un’altra cosa ma lì ogni carta sarà sempre illuminata dalla sua opera, dalla sua passione , fondata intimamente nella carità; in quella carità a cui si era immolato il suo compagno don Rossi. Aveva scritto e confessato dedicandogli un volume: «A te, don Giuseppe, chiedo fraternamente perdono di aver osato indagare nell’umile riserbo della tua esistenza, e di parlarne in pubblico. La tua bontà scusi le incomprensioni e inesattezze nella quali sarò incorso... Questo modesto lavoro affido alla tua benevolenza: benedicilo per il bene di tutti noi».
Lo aveva scritto, alla fine, perché con questo pensiero aveva sempre operato.
E con questo pensiero avrà chiuso gli occhi sabato notte e a chi scrive piace averlo nel cuore con un ricordo freschissimo e personale, che chi legge perdonerà: il giorno di Natale, il suo ultimo Natale, solitario, con una lacrima sulle labbra e una smorfia di sorriso tenendo tremante in braccio un neonato, il suo Gesù Bambino, com’era stato qualche mese prima, sempre lì, battezzandolo faticosamente sulla sedia a rotelle, nella sua ultima funzione religiosa. Ecco, don Angelo Luigi Stoppa sacerdote prima che storico e tutto il resto, un’ultima volta commosso di fronte all’anima vera della storia che è la vita che muore ma che nasce. Sempre. Tutto è Grazia, don Angelo. E lei, che non ha mai ammesso i sentimenti esteriori, ci lasci piangere, come l’ultima volta insieme.

Roberto Cicala
Pubblicato su "L'Azione", gennaio 1998
   

Di recente è stato pubblicato (nella collana Studi Novaresi) un volume che raccoglie importanti testi di Angelo Stoppa, Storia, arte e devozione in diocesi di Novara. Una raccolta di studi (1960-1996), con bibliografia dell'autore, Novara 1999, pp.368.
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A don Angelo Luigi Stoppa è dedicato il n. 37 di "Novarien." (2008),