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STORIA

   

 

 

ORIGINI

 

 

 

 
Novara è situata tra il torrente Agogna e il Terdoppio e dista 101 chilometri da Torino e 50 da Milano. La città ebbe origini antichissime, tanto che quando si formò nella sua totalità, Roma non esisteva ancora.  Inizialmente Novara non era un centro cittadino ben definito ma costituiva l’insieme delle popolazioni che abitavano i laghi vicini o le pianure circostanti. Riguardo alle origini della città vi sono due ipotesi differenti: secondo Catone furono fondatori i Levi, una tribù ligure stanziatasi tra il Sesia e il Ticino, secondo Plinio i Galli Vertocomacori. La storia ci dice comunque che Novara venne edificata in un primo tempo dai Liguri e, dopo essere stata distrutta dai Galli di Belloveso, fu ricostruita dai Vertocomacori, popolazione gallica proveniente dalla Provenza. Così le caratteristiche celtiche prevalsero su quelle liguri e il nome stesso di Novara può derivare da due termini gallici: ar, che significa "sopra" e var, "acqua". In effetti la città si trova in una posizione elevata rispetto ai luoghi circostanti ed è vicina a fiumi e torrenti. Novara presenta un impianto tipico degli insediamenti romani sulla Gallia Cisalpina ed è costruita attorno a due assi principali: il DECUMANO ( attuali Corso Italia e Corso Cavallotti) e il CARDO ( Corso Cavour e Corso Mazzini). La città era difesa da una cerchia di mura ancora visibili in piazza Cavour, all’Istituto Santa Lucia, all’ex caserma dei vigili del fuoco e all’ex collegio Gallarini. In queste mura costruite con OPUS MIXTUM si aprivano quattro porte, da cui partivano le strade in direzione di Milano, Vercelli-Ivrea, Tortona-Genova e verso il Sempione. Il perimetro racchiuso dalle mura era sacro, per questo non vi potevano essere sepolti i corpi dei defunti, che avevano la loro sepoltura all’esterno della città.
 

 

 

 

DAI ROMANI AI LONGOBARDI

 

 

 

 
Mura romaneIntorno al 187 a.C., i Romani, soggiogati gli Etruschi e gli altri popoli dell’Italia meridionale, fecero in modo che Novara diventasse una colonia. Il dominio romano è testimoniato da monumenti e da marmi con iscrizioni di quel periodo, conservatisi sino ad oggi. Tali reperti artistici fanno riferimento all’esistenza di edifici sacri e profani, di magistrature, collegi e personaggi illustri, consentendo di ricostruire aspetti della vita del tempo. Durante il periodo romano, Novara fu naturalmente una città pagana legata a divinità dell’Olimpo greco che erano ereditariamente passate al culto romano.  Nei secoli successivi al dominio romano, la storia di Novara si fa buia e offuscata sino al 569 d.C., con l’occupazione dei Longobardi che si stabilirono nella città, unendosi alla popolazione indigena. La dominazione longobarda fu molto significativa da un punto di vista religioso. Infatti, proprio in questo periodo, la popolazione novarese abbandonò il culto olimpico greco-romano per abbracciare il cristianesimo, divulgato secondo la tradizione da san Gaudenzio, primo vescovo della città. 

 

     

DOPO IL MILLE

     

 
CastelloIn età medioevale, dopo le violente lotte con Enrico V che, assalita Novara nel 1110, ne distrusse le mura, il potere vescovile predominante venne subordinato al nuovo ordinamento comunale. I secoli dal XII al XV furono per la città densi di avvenimenti politici: sottomessa da Federico Barbarossa nel 1154, Novara aderì alla Lega Lombarda nel 1168, contro i conti di Biandrate. Proprio la spartizione con Vercelli delle terre sottratte ai signori di Biandrate, portò ad uno scontro tra le due città, che si risolse nel 1194 con il trattato di Casalino, il quale sancì la Sesia come confine. Lo stretto rapporto con la Lega Lombarda e con l’Imperatore aveva rafforzato il ruolo del comune sul vescovo, favorendo un’ampia oligarchia nobiliare, non solo di Novara, ma anche del contado, e fu proprio l’ingovernabilità conseguente ai conflitti trai i vari membri dell’aristocrazia per il controllo di Novara a consigliare la nomina di un podestà proveniente da fuori, ciò segnava la decadenza dell’autorità episcopale. Proprio per regolare i rapporti tra il comune e la chiesa, venne stipulato il “lodo del 1219”, il quale stabiliva la divisione delle sfere di competenza tra i due organi e la restituzione al vescovo dei beni sottrattigli, inoltre stabiliva la signoria episcopale su Orta e sull’Isola, la quale durò sino all’età moderna. I rapporti intessuti con Milano all’epoca della prima Lega non si erano mai dissolti e avevano fatto orbitare Novara nella sfera d’influenza di Milano, la quale all’indomani della nascita della II Lega Lombarda, l’aveva chiamata al suo fianco contro l’Imperatore Federico II. Troviamo così sino alla stipula della pace, nel 1233, uomini di Novara sui vari campi di battaglia, ma soprattutto contro il papa, il quale l’aveva scomunicata e il suo vescovo si era ritirato a San Giulio d’Orta. Nel 1243 fu il legato papale Gregorio da Montelongo a togliere la scomunica alla città, dopo che anche Vercelli aveva abbandonato la Lega e si era schierata con il pontefice. La concordia tra le due città durò poco, in quanto la Val Sesia fu nuovamente causa di scontro, scontro che si acuì quando Vercelli passò dalla parte imperiale, mentre Novara rimaneva con il papa, era il 1247. La pace tra le due città giunse solo nel 1254 e imponeva a Novara la rinuncia ad ogni pretesa sulla Val Sesia. Il periodo di pace vide l’aggravarsi dei rapporti tra le famiglie aristocratiche di Novara, le quali schierate erano divise in due fazioni ben distinte: quella "sanguinea", di tendenza guelfa, e quella "rotonda", affine ai ghibellini. È importante sottolineare che tali fazioni non avevano tanto lo scopo di esprimere una tendenza politica, quanto piuttosto di mettere in luce rivalità tra famiglie, aspirazioni personali e volontà di prevalenza. Per far fronte alle lotte interne cittadine, la popolazione comunale novarese decise di essere governata da un podestà o capitano del popolo: il primo fu Martino della Torre, uomo capace che riuscì ad attenuare i contrasti tra le diverse fazioni. La famiglia della Torre ebbe numerosi podestà in Novara, tra questi Francesco della Torre,  il quale nel 1272 si fece costruire il castello con un torrione chiamato la Turrisella. Nemmeno il castello potè, nel 1273, impedire ai Tornielli e ai Cavallazzi, loro alleati, di occupare la città. Gli anni successivi furono caratterizzati da continue lotte tra le famiglie cittadine, mentre i Torriani, mai domi, minacciavano Novara dal contado. La situazione non cambiò per circa un ventennio, quando una lega contro Matteo Visconti, capitano del popolo di Milano, sbaragliò i Tornielli suoi alleati, e aprì le porte al governo congiunto di Cavallazzi e Brusati, mentre i Torriani, dopo la cacciata del Visconti, entrarono in Milano, era il 3 ottobre 1302. Con la scomparsa dei Visconti dalla Lombardia, ci fu il trionfo della parte guelfa, anche se durò poco, dato che nel 1310 il nuovo Imperatore Enrico VII discese in Italia ed anche a Novara sostò nel dicembre di quell’anno accompagnato dai Tornielli, la visita imperiale sanciva la pace tra le famiglie novaresi. La pace durò appena un anno, e nella primavera del 1311 i Brusati e i Cavallazzi si unirono contro i Tornielli, ma furono sconfitti e costretti ad abbandonare la città, riparando nel contado, a garantire il successo, completatosi nel 1316, fu l’intervento dei Visconti, ma d’altra parte legò la città indissolubilmente alla famiglia lombarda. La vera natura dell’aiuto visconteo alla città, era quella di potersene impadronire, come accadde nel 1332, quando Giovanni Visconti divenne vescovo e Conte di Novara dopo la cacciata dei Tornielli, con lui terminava anche la storia del Comune a favore della Signoria.  Quando nel 1353 andò formandosi la coalizione anti-viscontea Novara fu considerata uno snodo importante per il controllo della pianura e così il marchese del Monferrato, che comandava l’esercito, dopo aver deciso in un primo tempo di puntare su Pavia, si fece convincere dagli esuli novaresi al suo seguito ad attaccare la città. Il marchese dopo aver occupato senza colpo ferire la periferia, pose l’assedio al castello, il quale cadde il 21 gennaio 1357, i Visconti con i loro alleati si rifugiarono a Galliate e da lì aspettarono il momento propizio per attaccare, il momento giunse sul finire di lunghe trattative tra il marchese e Galeazzo Visconti, permettendo così il 18 giugno 1358 l’entrata in Novara del Visconti accompagnato dai Tornielli. Le soldataglie, chiamate dal marchese del Monferrato Giovanni II Paleologo per resistere all’imposizione imperiale di cedere le terre conquistate, attraversarono il novarese dirette verso Pavia e dietro si lasciarono oltre ad una scia di devastazioni e saccheggi anche la peste, che imperversò per tutto il 1362-1363. Gli ultimi anni del XIV secolo passarono in pace, con i Visconti, ottenuto il titolo ducale, intenti ad organizzare i loro domini novaresi, pace che era destinata a finire con i primi anni del XV secolo.
Questo periodo è testimoniato dai dittici eburnei della fine del secolo V, conservati presso l’Archivio Capitolare.

Petrarca a Novara. 18 giugno 1358, a cura di Dorino Tuniz e Francesco Cognasso, Novara

Insediamenti medievali tra la Sesia e il Ticino
, a cura di Giancarlo Antenna, Novara 1999.

L'ovest Ticino nel Medioevo: terre, uomini, edifici. Indagini in Pombia, Oleggio, Marano Ticino, atti del convegno (dal 13 al 14 giugno 1998), Novara 2000.
 

(testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line - Tutti i diritti riservati)

 

     

DAGLI SFORZA ALLA SPAGNA

     

 
Il XV secolo vide la disgregazione dell’unità territoriale del Novarese e la perdita di ogni influsso sulla Val Sesia, ora dominio dei Borromeo conti di Arona ad opera di GianGaleazzo prima e Filippo Maria Visconti dopo, questo fu possibile per il periodo di pace che caratterizzò la prima metà del Quattrocento, eccezion fatta per le vicende legate al condottiero Facino Cane, che tra il 1407 e il 1412 fu signore di Novara. Con la morte di Filippo Maria nel 1447, la famiglia dei Visconti si estingueva, aprendo la lotta per il controllo delle sue terre. Da tempo il Ducato di Savoia era interessato ad estendere i suoi domini oltre la Sesia, così nel 1447 Ludovico di Savoia, figlio di Amedeo VIII, si offriva come protettore dei novaresi, mentre Francesco Sforza, che aveva sposato una figlia illegittima di Filippo Maria Visconti, rivendicava il Novarese per sé, per diritto di parentela. L’esercito dello Sforza attaccò Novara sul finire del 1448 e senza nemmeno combattere, approfittando della trascuratezza in cui versavano le difese, occupò i borghi intorno al castello e quindi trattò la resa della città. I novaresi riconobbero loro signore Francesco, era il 1449 e sino al 1495 Novara visse in pace, tanto più che dal luglio 1470 era stata donata da Galeazzo alla moglie Bona di Savoia, quale dono per la nascita del loro primogenito. La primavera del 1495 si aprì con l’occupazione di Novara da parte delle truppe del Duca d’Orleans, la facile conquista fu dovuta ad un tradimento, perpetrato dai maggiori esponenti delle famiglie Tornielli e Caccia. Saputo dell’accaduto Ludovico Sforza, detto il “Moro”, si adoperò per trovare le risorse per l’assedio della città, arrivarono truppe da Venezia, dal Piemonte e dalla Svizzera. L’assedio fu molto duro, aggravato dal diffondersi di malattie, fortunatamente per la città il 3 ottobre 1495 si firmò a Vercelli la pace. La tregua durò sino al 1499 quando i Francesi il 23 settembre occuparono Novara, e con loro rientrarono anche i Tornielli, il Moro intanto era riparato a Bressanone, qui stava organizzando la riconquista, la quale si concretizzò nel febbraio del 1500, fu ripresa Milano e il 5 marzo venne posta sotto assedio Novara, lo slancio della avanzata verso Milano era andato esaurendosi di pari passo con l’esaurirsi del denaro, fortunatamente per Ludovico, furono i novaresi a chiedere ai Francesi la capitolazione, i quali la concessero e permisero al Moro di entrare in città. Lo Sforza permise al esercito francese di uscire dalla città proprio mentre Luigi XII di Francia giungeva con i rinforzi. Anche a Ludovico erano arrivati rinforzi, soprattutto svizzeri, e si preparò a resistere all’accerchiamento della città. L’8 aprile iniziò lo scontro, nella notte gli svizzeri dei due schieramenti fraternizzarono e si accordarono per permettere la cattura del Duca, segnando così la fine della guerra e permettendo ai francesi di rioccupare Novara. L’ingombrante presenza francese nel Nord della penisola, dava fastidio a molti soprattutto a Massimiliano Sforza, così fu organizzata una spedizione, con l’aiuto degli svizzeri, per la riconquista delle terre lombarde, Novara nel frattempo era controllata da contingenti elvetici. La guerra inizialmente si ebbe nella bassa pianura padana, ma ben presto si spostò sotto le mura di Novara, qui i due contingenti di svizzeri si scontrarono per due giorni, quando i francesi seppero dell’arrivo di un contingente sforzesco decisero di attestarsi su nuove posizioni poco fuori la città, qui però dovettero subire l’urto dei due schieramenti e furono sconfitti presso l’Ariotta (6 giugno 1513). Il dominio novarese dello Sforza durò poco tempo, dopo la sconfitta di Marignano, i francesi recuperarono la città nel 1521, si aprì allora un periodo convulso per la città, dove venne occupata e persa dai francesi sino al 1526 quando passò nell’orbita spagnola di Carlo V, nuovo signore di Milano. L’imperatore Carlo V insediò nel 1529 Francesco II Sforza quale Duca di Milano e signore di Novara, sino alla sua morte nel 1535, allora Novara passò nelle mani degli spagnoli, con la sola eccezione del periodo Farnese (1538-1602). Con l’avvento dell’età spagnola si chiude un secolo turbolento per Novara e si apre un periodo di transizione, che si concluderà con il passaggio al dominio savoiardo.

I tessili nell’età di Carlo Bescapè vescovo di Novara (1593-1615), a cura di Paolo venturosi, Novara, pp. 464

Da Carlo Borromeo a Carlo Bascapè. La pastorale di Carlo Borromeo e il Sacro Monte di Arona, atti della giornata culturale di Arona 1984, Novara, pp. 376

Carlo Bascapè sulle orme del Borromeo. Coscienza e azione pastorale in un vescovo di fine Cinquecento, atti del convegno di studi di Novara, Orta e Varallo 1993, Novara 1994, pp. 51

Carlo Bascapè, La passione di un Vescovo sulle orme di san Carlo, a cura di Germano Zaccheo, Novara 1993, pp. 64, ill.

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DALLA SPAGNA AL PIEMONTE

     


Il XVII secolo vide il ritorno di Novara sotto il controllo diretto della Spagna, fu in questi primi anni che la città dovette affrontare l’onere delle nuove fortificazioni, imposte dai nuovi dominatori, questo associato alla crisi finanziaria che affliggeva il Novarese sollevò un diffuso sentimento anti-spagnolo, tanto più che ormai la città era divenuta alloggiamento per le truppe, con quanto ne conseguiva. I lavori di fortificazione procedevano a rilento e quando il duca di Savoia Carlo Emanuele I, nell’ambito della guerra del Monferrato (1628-1631), si presentò sotto le mura della città, salvo poi ritirarsi senza colpo ferire. Se Novara era scampata alle armi del savoiardo certo non potè sfuggire alla peste del 1630, preceduta da tre anni di violenta carestia che misero a dura prova la popolazione, il morbo causò la morte di un quarto della popolazione. Quando ancora la città si stava, a fatica, riprendendo dalla carestia fu attaccata dall’esercito del duca di Savoia Vittorio Amedeo I, in marcia verso Milano per conquistarla. Solo la morte del duca salvò Milano, ma non impedì a Novara di essere flagellata dalla guerra, proprio perchè zona di confine, sino alla pace dei Pirenei del 1659. Con la pace la città potè iniziare la rinascita economica, ma come spesso capitava durò poco e Novara si trovò coinvolta nella guerra di successione spagnola (1701-1714), ma già dal 1690 la città era in allarme per la presenza di truppe ducali nei pressi della Sesia, per fortuna il Novarese dovette pagare solo in termini di uomini mandati al seguito dei francesi, prima nell’assedio di Vercelli e poi a quello di Torino, mentre la città non subì danni. Dopo la vittoria di Torino le truppe di Eugenio di Savoia e quelle del cugino Vittorio Amedeo II puntarono verso Milano e il 18 settembre 1706 era sotto le mura di Novara, la quale si arrese due giorni dopo senza che fosse stato sparato un solo colpo. Nonostante fosse stata conquistata dalle armi sabaude, Novara fu concessa agli Asburgo, nell’ambito della grande spartizione dei territori spagnoli iniziatasi nel 1707, ancora prima della fine della guerra; questa decisione mal si conciliava con le mire espansionistiche dei piemontesi, i quali nel 1733 rompendo l’alleanza con gli austriaci si unirono ai francesi per la conquista di Milano e del Novarese. Sul finire del 1733 le truppe sabaude si attestarono di fronte alle mura della città, e il 7 gennaio la città si arrese a Carlo Emanuele III, il quale garantì protezione alla città. Con il trattato di pace del 1739 Novara e Tortona divennero territori del Re di Savoia. Terminava così un lungo periodo di guerre, che aveva portato carestie, malattie e povertà, l’annessione al regno di Sardegna significò un lungo periodo di pace rotto solo dalla Rivoluzione francese


Vittorio Sonzini, Tre stampatori nella Novara del Seicento, Novara 2005

                                                          (testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line - Tutti i diritti riservati)
 

     

LA RIVOLUZIONE FRANCESE E L'EPOCA NAPOLEONICA

     

 
Il dominio sabaudo sul Novarese durò meno di un secolo, la minaccia delle truppe francesi costrinse il Re di Sardegna a firmare prima l’armistizio di Cherasco (1796) e pochi mesi dopo quello di Parigi, sancendo così l’assoluto asservimento alla Francia e permettendo il passaggio sulle sue terre delle truppe francesi destinate ai vari fronti. Il 1798 segnò la fine del dominio savoiardo sul Piemonte a favore delle Repubblica francese. Novara dal 1797 era luogo d’accantonamento delle truppe destinate, secondo gli accordo tra Regno di Sardegna e Francia, agli eserciti d’oltrealpe, questo non faceva che facilitare la diffusione di idee giacobine tra i cittadini, idee che sfociarono in un tumulto il 25 di luglio 1797, quando simpatizzanti della rivoluzione insieme ad alcuni artiglieri del locale presidio piemontese, presero a cannonate il castello e solo il pronte intervento del Savoia cavalleria evitò il dramma, erano i prodromi della rivoluzione che anche a Novara non tardò a manifestarsi. Infatti il 6 dicembre 1798 il capitano francese Jean Abbè si era presentato presso Porta Milano chiedendo il transito attraverso la città, nonostante gli accordi tra Piemontesi, che tenevano la città, e francesi non lo prevedessero. Apertagli la porta, dalla sua carrozza e da quella che seguiva scesero dei soldati che disarmarono le guardie e aprirono le porte alle avanguardie della divisione Victor Perrin. Entrati in città ebbero facilmente ragione dei difensori, che ancora dormivano, e rinchiusili nel Duomo, issarono l’albero della libertà in piazza. Con l’arrivo dei francesi si moltiplicarono i sostenitori della Rivoluzione, anche tra il clero, i quali si affrettarono ad installare municipalità simili a quella novarese in tutto il contado. Il periodo rivoluzionario però durò poco già nella primavera del 1799 l’esercito russo del generale Vukassovich entrava in città liberandola dai giacobini, preambolo della restaurazione del legittimo sovrano sui territori piemontesi. Sul finire di quell’anno però le truppe francesi si riaffacciarono a sud  delle alpi e il 29 maggio 1800 le prime truppe transalpine entrarono in Novara. Con il ritorno dei giacobini si presentò il problema su amministrare la città e la campagna e più in generale su quale dovesse essere l’entità del territorio amministrato, dopo diverse indecisione sul modello amministrativo da seguire, il 2 novembre 1800 nasceva il Dipartimento dell’Agogna, con Novara capoluogo di 5 distretti comprendenti un territorio di 200 miglia quadrate, dalle alpi al vigevanese, con la Sesia come confine con lo stato francese. Novara era allora parte delle Repubblica Cisalpina, mentre il Piemonte era stato unito al territorio direttamente amministrato da Parigi. Il passaggio dalla Repubblica Cisalpina al Regno d’Italia (1805) non comportò grandi cambiamenti nella vita dei novaresi, e quando furono segnalate truppe austro-russo varcare le alpi le popolazioni videro la fine della guerra e nulla fecero per difendere la Rivoluzione. Nella primavera del 1814 sfilarono per Novara i francesi in ritirata e con loro se ne andava la guerra, al loro posto si insediavano gli austriaci, e alla città veniva chiesto di mantenerli, ma era tale la gioia per la cacciata del tiranno e per la fine della guerra che ci furono espressioni di giubilo in tutta Novara e nelle campagne. Vittorio Emanuele I, rientrato in Torino il 20 maggio 1815, restaurò quanto stabilito prima della rivoluzione e Novara ritornava ad avere i territori che già controllava, con l’esclusione di Vercelli e la Lomellina. In conclusione si può dire che pochi tra i novaresi si fecero convincere della bontà delle idee rivoluzionarie, in quanto si era del parere che non sarebbe cambiato nulla, ciò che interessava alla popolazione, di Novara ma anche delle campagne, era la fine delle ostilità e se per ottenerla bisognava cacciare i francesi, allora ben vengano gli austriaci.

La memoria di Napoleone, a cura di Marco Albertario e Susanna Borlandelli, Novara 2007, pp. 304, ill.

Carlo Francesco Frasconi. Erudito paleografo storico 1754- 1836, a cura di PierGiorgio Longo e Angelo Stoppa, Novara, pp. 368


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IL RISORGIMENTO E IL 23 MARZO 1849

     

 
Battaglia di Novara
Con la Restaurazione, Novara riprese la sua vita regolare, nel 1822 ricevette la visita del Re Carlo Felice e della Regina Maria Cristina diretti a Verona, nel 1825 i Reali di Napoli e nel 1828 ancora Carlo Felice alla volta delle Isole Borromee. Scarsa eco ebbero i moti costituzionali del 1821, di bel altro tenore furono le reazioni alla notizia della concessione dello Statuto nel 1848, fu cantato il Te Deum in cattedrale e tutta la popolazione fu in festa, si aprì, così, una nuova stagione di libertà e di coinvolgimento delle massi popolari, ad iniziare dalla formazione della milizia cittadina. Il periodo di pace e di prosperità venne interrotto dal sopraggiungere delle notizie da Milano, la città era insorta il 19 marzo, e il 23 Carlo Alberto decise di aiutare i milanesi dando l’ordine di passare il Ticino e puntare su Milano. Intanto a Novara la voce di un imminente arrivo degli Austriaci fece radunare la Guardia Nazionale, fortunatamente si trattò solo di prigionieri da condurre ai luoghi di raccolta, così potè ritornare la calma, almeno sino al 5 agosto quando le truppe piemontesi ripiegarono su Novara, all’indomani della sconfitta di Carlo Alberto nella prima fase della Prima guerra d’Indipendenza. Il mantenimento delle truppe costò caro alla città, ma venne fatto di buon grado, spinti da un forte sentimento patriottico, tale che vide Novara in prima fila nel sostegno della Repubblica di San Marco contro gli austriaci. Intanto truppe piemontesi giungevano di rinforzo al confine del Ticino alloggiando nei paesi circonvicini, si era ormai prossimi a quelle giornate tanto importanti per la sorte dell’Italia Unita. Il 16 marzo 1849 Carlo Alberto era a Novara, quattro giorni dopo la denuncia dell’armistizio di Salasco, e il 20 passava, con i suoi generali, il Ticino diretto a Milano. Per prevenire un invasione austriaca da Sud, venne inviato il generale Ramorino presso Cava Manara, il quale disubbidì all’ordine di fermarsi, lasciando scoperto il fianco meridionale all’avanzata del nemico. Saputo dell’accaduto il Re decise di ripiegare su Novara, era il 21 di marzo, e già a sera arrivarono le prime avanguardie nemiche. Trascorso il 22 a riorganizzare i due schieramenti, la battaglia si scatenò il 23, dalla mattina a sera e si concluse con la sconfitta dei piemontesi, i quali si rovesciarono in città ormai sbandati. Intanto il Re con il suo Stato Maggiore si erano recati a Palazzo Bellini in attesa delle condizioni per l’armistizio, queste arrivarono a sera e furono un duro colpo per il Re, la severità delle richieste consigliò al sovrano di abdicare, addossandosi così tutta la colpa della sconfitta e della decisione di attaccare l’Austria. Il Re dopo aver designato come suo successore il figlio Vittorio Emanuele II, partì per l’esilio in Portogallo, mentre il 25 marzo il nuovo Re discuteva della pace con il maresciallo Radetzky, a Vignale. Le condizioni si limitarono a chiedere la cessazione delle spinte costituzionali e la riaffermazione del potere reale sulle camere, le truppe austriache rimasero a Novara sino al 26 agosto, quando il reggimento Nizza Cavalleria riconsegnò la città ai Savoia. Per dieci anni la città visse in pace e prosperò, quando il 30 aprile 1859, nell’ambito della II guerra d’Indipendenza, comparve sotto Novara l’esercito austriaco, il quale si limitò ad imporre requisizioni. Fu l’unico costo patito dalla città durante la guerra, il 1 giugno l’imperatore Napoleone III entrava in città, segnando così la fine delle ostilità.
Gli anni successivi furono per Novara caratterizzati da pace e sviluppo economico, cessò di essere punto di partenze per le truppe impegnate oltre confine, dato che la frontiera venne spostato dal Ticino. La città visse con trasporto e partecipazione gli eventi dell’Unita italiana, ai quali parteciparono anche i novaresi. I quarant’anni che separano l’unificazione nazionale dal nuovo secolo furono per Novara un momento di progresso e sviluppo, con la nascita d’industrie, della Banca Popolare di Novara e di numerose istituzioni culturali, come la Società Storica Novarese, nata sulle ceneri dell’Associazione Archeologica Novarese, e dell’istituto musicale Brera.
 

Paolo Cirri, Novara, 23 marzo 1849. La svolta della politica risorgimentale piemontese, Novara 1998.

Carlo Calcaterra, Novara nel 1849. Romanzo storico, Novara 2001.

Giovanni barbero, Paolo Cirri,
I luoghi della battaglia di Novara del 23 marzo 1849 e l’abdicazione di Carlo Alberto, Novara 2001.

Glauco Oioli,
Hanno voluto la guerra ne subiscano le conseguenze, Novara 2009.

La prima guerra d’indipendenza vista da un soldato, a cura di Orazio Boggio Marzet, Paolo Cirri e Mario E. Villa, Novara 2005.

Franco Guerra,
Storia illustrata della battaglia di Novara, Novara 2004.

Francesco Cognasso,
Storia di Novara, Novara 1992.

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IL NOVECENTO

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Il nuovo secolo si aprì per Novara come si era chiuso il precedente, più interessata al proprio progresso sociale ed industriale, che alle rivolte che caratterizzarono gli ultimi anni del XIX e i primi anni del XX secolo un po’ in tutta Italia. Anche lo scoppio della I Guerra Mondiale la trovò di fatto indifferente, tanto che non si ebbero per il 1914 alcun tipo di manifestazione né a favore dell’intervento né della neutralità, tanto più che era anno d’elezioni amministrative a Novara e la gente era più interessata a questo, che ad avvenimenti lontani. Le cose cambiarono nella primavera del 1915, quando i giornali iniziarono ad occuparsi di quello che sarebbe stato il ruolo all’interno dello scacchiere europeo, in città la situazione però rimase immutata, la cittadinanza non era particolarmente attenta alla possibile entrata in guerra, anzi si può affermare che si preferisse la neutralità, con la metà di maggio, sempre più spesso, si scontrarono quanti volevano l’entrata in guerra e quanti il mantenimento della neutralità. Con la dichiarazione di guerra, il 24 maggio 1915, ma soprattutto dopo il passare dei primi mesi, anche nel Novarese si diffuse un sentimento di rifiuto della guerra, sostenuto dalle difficoltà economiche che affliggevano le famiglie delle classi più umili, sentimento che andava peggiorando con il tempo che passava, sino a sfociare negli scioperi del 1917 contro il caro viveri e le condizioni di lavoro nelle fabbriche e nell’agricoltura. Finita la guerra con l’armistizio del novembre ’18, non finirono le proteste dei socialisti, i quali reclamavano migliori condizioni di vita per i lavoratori. Furono anni quelli tra il ’19 e il ’21 di grandi proteste, che a Novara si concretizzarono nello sciopero dei lavoratori agricoli. Fu proprio in risposta a questo movimento di protesta che iniziarono a diffondersi dal gennaio del 1921, i primi gruppi fascisti, inizialmente con danneggiamenti e aggressioni, anche in risposta a violenze subite, ma dall’estate del ’22 le cose peggiorarono e la violenza squadrista si fece più diffusa. Con l’avvento del fascismo anche Novara si uniformò alle nuove direttive che giunsero da Roma, gli anni trenta furono gli anni della Grande Crisi, che colpì la città e le campagne provocando una diminuzione dei salari e un generale impoverimento sociale. L’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 colse di sorpresa la città nessuno se lo aspettava e le reazioni furono,a differenza di quanto scritto dalla stampa di regime, di preoccupazione e sorpresa, soprattutto di chi aveva un congiunto in età da militare. Ben presto la paura si concretizzò vedendo i novaresi impiegati sui vari fronti di guerra, da ultimo il fronte Russo, dove la divisione “Sforzesca” fu impegnata dall’estate ’42. Intanto chi era rimasto a casa doveva fare i conti con il razionamento, con l’aumento dei prezzi e la scarsità di materie prime, ciò diffondeva un sentimento di sfiducia nei confronti del fascismo. L’armistizio del ’43 infonde nella cittadinanza nuove speranze, presto infrante dall’arrivo delle truppe tedesche, che il 12 settembre occupano la città, la naturale reazione di quanti non si rassegnarono, fu Resistenza. Con i tedeschi venne introdotto il coprifuoco, la persecuzione raziale si intensificò e numerosi furono le rappresaglie, a contrapporsi a questo solo la lotta partigiana. All’indomani della Liberazione, i fascisti saccheggiano la sede della Banca d’Italia presso la locale sede della Banca popolare di Novara, ma ormai hanno le ore contate, infatti nella notte del 25 aprile i partigiani avevano circondato la città e l’indomani obbligavano alla resa i fascisti e le SS, il 26 aprile entrarono in città e annunciarono la fine della guerra, tre giorni dopo giunsero gli Alleati, mentre il 30 ripresero le attività lavorative in tutto il territorio. La fine del conflitto fu festeggiata il primo maggio da un comizio al teatro “Coccia”.

Gustavo Stroffarello,
Provincia di Novara (1891), Novara 1993.

Mauro Ballarè,
Scoop! Il Novecento in prima pagina, Novara 2001.

Nessuno potrà tenersi in disparte, a cura di Adolfo Mignemi, Novara 200

Amarcord novarese. Immagini inedite tra le due guerre dall’archivio fotografico Bertona, a cura di Gaudenzio Barbè, Roberto Mazzetta e Gianfranco Milone, Novara 2000.

Novara anni trenta, a cura di Giuseppe Veronica e Mauro Begozzi, Novara 2008
 

 (testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line - Tutti i diritti riservati)