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Vassalli archeologo del presente nel suo nuovo romanzo

Dopo tante storie ambientate nel passato il nuovo libro di Sebastiano Vassalli, lo scrittore di Genova che vive da sempre a Novara, ci racconta il presente. La fa con Archeologia del presente, il romanzo edito da Einaudi che, attraverso la vita di Leo e Michela, narra i movimenti di protesta e le battaglie civili degli ultimi trent’anni di storia italiana. In verità anche nei precedenti libri, dal successo del 1990 La chimera al più recente Un infinito numero, sempre ambientati in epoche storiche diverse, l’autore parlava comunque del presente.
Il nuovo romanzo è scritto «con l’ammirazione e la partecipazione semtimentale verso quelle persone che hanno dato tutto di sé nell’improbabile compito di migliorare il mondo», come si legge nel risvolto di copertina: «per chi ha vissuto le rivolte studentesche, il femminismo, l’antipsichiatria, le battaglia pacifiste e più recentemente i movimenti ecologisti, il volontariato nei paesi in guerra, l’impegno nell’accoglienza degli extracomnunitari» il romanzo è dunque un’occasione di confrontare le proprie illusioni e delusioni con quelle dei due protagonisti. Per chi è troppo giovane per aver vissuto consapevolmente queste vicende Archeologia del presente è un percorso di conoscenza attraverso i miti delle generazioni precedenti. «Che come tutti i miti», è l’opinione di Sebastiano Vassalli, «sopravvivono a testimonianza di un mondo che è cambiato senza cambiare mai».
Ecco le prime pagine del romanzo.

Primo gennaio 2001, lunedì .A mezzanotte di ieri è finito un secolo che ci ha dato due guerre” mondiali”, e l'olocausto degli ebrei, il volo umano, la radio. la televisione, il computer e la bomba atomica. In quel secolo, e nella vita di chi oggi, si sta avviando a diventare vecchio c'è un anno particolare, il 1968, che in realtà durò molto più a lungo di un anno:  fu un'epoca di grandi inquietudini e di grandi trasformazioni e si stiracchiò, si allungò, dalle prime rivolte degli studenti americani contro la guerra in Vietnam, fino alla cosiddetta “rivoluzione dei garofani” in Portogallo, e più altre ancora. Un'intera generazione di donne e di uomini, in quelI'anno, sognò di poter abolire le diferenze di classe, le classi, i titoli di studio, le carriere e le gerarchie. Sognò di cancellare le leggi, le frontiere, i documenti di identità, le caserme e le prigioni, e di poter fare a meno dei preti e dei soldi .Molti giovani, di cui oggi nessuno più si ricorda, si immolarono a quel sogno; i :più, quando le immagini del sogno incominciarono a dissolversi, si resero conto che il mondo intorno a loro non era cambiato, o che era cambiato: in pochi dettagli e che per viverci senza problemi  bisognava accettarlo così com’era.
Allora gli orizzonti tornarono a chiudersi. Le utopie lasciarono il posto agli egoismi e gli ideali si trasformarono in retorica: diventarono l’ accademia del «politicamente corretto», che combatte le battaglie giuste al momento giusto, quando i riflettori attorno sono tutti accesi, ed è un modo come un altro per dire: guardatemi, sono io! C'è qualcuno più saggio di me? Più indispensabile di me? Più  intelligente di me?
(lo, io, io...) 
I protagonisti di questa:storia, Leo e Michela, e anche il loro autore, appartengono alla generazione che sognò di cambiare il mondo in pochi anni, correggendone gli errori e facendolo diventare perfetto. Da questo punto di vista la loro vicenda non ha in sé niente di straordinario: è la vicenda di due giovani come ce ne furono tanti, in un'epoca che ormai è scomparsa e che presto sarà anche dimenticata. E' invece eccezionale il fatto che loro soli, poi, abbiano continuato ad illudersi e a sognare, quando tutti, ormai,  si  erano  svegliati e dopo che le illusioni erano passate di moda, urtando contro ogni genere di ostacoli e andando incontro a mille sconfitte: come due mosche imprigionate in una stanza che continuano a battere e a ribattere contro il vetro dell'unica finestra, perché di là dal vetro c’è il sole, c’è il cielo, c’è lo spazio infinito che loro non possono raggiungere. 

Ho conosciuto Leo e Michela nell'ottobre del 1970, nell'istituto tecnico industriale «G. Marconi. di ***; Non ricordo in quali circostanze avvenne il nostro primo incontro, e non ricordo nemmeno cosa ci dicemmo. Sicuramente, niente di memorabile Eravamo tre giovani appena usciti dalI'Università, alle prese con la nostra prima esperienza di lavoro quella, appunto, di insegnanti precari nella scuola pubblica. Leo, laureato in filosofia, era un ragazzone lungo e magro, con la barba scura e gli occhiali rotondi di metallo che lo facevano: assomigliare a un uccello notturno. Indossava delle giacchette di velluto da filosofo esistenzialista, cosl striminzite che non riusciva nemmeno ad abbottonarle, e delle camicie a fiori che portava aperte sul collo e che soltanto lui (credo) sapeva dove si vendevano. Michela, laureata in lingue, era una giovane donna dal viso rotondo e dalI'espressione placida, vestita con certi golfini che si faceva lei stessa mentre spiegava agli studenti l'inglese dei Beatles e dei Rolliing Stones, o durante le riunioni del pomeriggio con gli altri insegnanti dell'lstituto. Oltre ai golfini di sua fabbricazione, che d'inverno diventavano maglioni e scialli pesantissimi, Michela indossava delle normali gonne, lunghe più o meno fino al ginocchio e in ciò faceva consistere la sua personale stravaganza rispetto alle mode dell'epoca. In quegli anni, infatti, la gonna era considerata un indumento arcaico, forse anche un po' reazionario (come il reggiseno), e veniva tollerata soltanto nelle versioni mini e maxi lunghe, rispettivamente, fino all'inguine e fino alle caviglie. Tutti, allora, vestivano allo stesso modo, con i jeans, e pensavano e dicevano le stesse cose, perché soltanto facendo cosi si sentivano di essere originali e liberi. Tutti sognavano di cambiare il mondo Anch'io, che avevo terminato da pochi mesi i miei studi di architettura, ero sicuro che l'umanità avrebbe finalmente incominciato a progettare il proprio futuro, invece di lasciarlo in balia del destino; e mi preparavo a dare il mio contributo come progettista, alla costruzione di un avvenire razionale e felice. Leo e Michela, quando li conobbi vivevano insieme già da un paio d'anni. Si erano incontrati durante un'occupazione della loro facoltà all’Università Statale di *** e poi avevano fondato una «comune» con due coppie di studenti rivoluzionari, in un  alloggio del quartiere operaio di via S. Eustorgio arredato con qualche materasso, qualche tavolo e qualche poster del «Che» Guevara e del «Grande Timoniere» Mao Tze-Tung appeso alle pareti. La loro storia  incomincia così, con quell'esperienza di comunismo che durò poco più di un anno e che fallì miseramente, senza che ci fossero state liti per questioni di soldi. Marx, mi disse poi Leo, quando mi parlò di quella vicenda, era stato un ingenuo a credere che per costruire una nuova società bastasse eliminare le differenze economiche tra gli individui. Il problema vero era la convivenza. Nell'appartamento di via S.Eustorgio a *** ogni coppia aveva il suo spazio (la sua stanza), ma l'intimità veniva considerata un lusso borghese e i turni per andare in bagno, alla mattina, erano più irritanti e carichi di tensioni di quelli  per lavare i piatti. La vita in comune entrata definitivamente in crisi, mi raccontarono i miei amici, quando un abitante della casa aveva posto il problema del «salto di qualità» e del passaggio dal primo livello della comunione dei beni, al livello successivo e compiuto, della comunione degli affetti e del sesso. (…)

(ã Giulio Einaudi Editore spa)

Sebastiano Vassalli
Scheda bibliografica di Sebastiano Vassalli
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