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Metto
le mani avanti e mi spiego. Tutto è successo senza
preavviso una mattina di fine secolo mentre si
parlava del quinto volume dei miei Novaresi
bella gente, fresco di stampa.
C’è festa fra noi poiché dopo tanti anni è
tornato Egidio, il pittore di fama, dai vivaci
trascorsi giovanili novaresi. Giulio, l’ingegnere,
detto Errol Flynn fin dai tempi del liceo, quando
ostentava fascinosi baffetti da Capitan Blood,
sbotta in una considerazione che mi turba e al tempo
stesso mi stimola: «Perché, entrando nel nuovo
millennio, non regali ai tuoi lettori la storia
novarese dell’ultimo secolo? Eventi e personaggi
li hai già scritti; basta sistemarli in ordine
cronologico, sfrondare e aggiungere ed ecco che
anche tu, come Giuseppe Rovani, storico milanese,
puoi scrivere i Cent’anni
di Novara. Facile, no?»
A sentire il Giulio sicuramente sì. Ma ci vuol
altro per fare di me un minuzioso e attento
ricercatore (dove la metti la mia preziosa
pigrizia?). Per cui prendo atto dell’esortazione
e, incuriosito, sfoglio il colossale Rovani,
infarcito di date, eventi, lutti, facezie e comincio
a mordicchiare quel vecchio e glorioso testo.
Dopo di che, come un ciclista che
ha percorso sbuffando un lungo rettilineo, mi fermo,
poso il piede a terra e guardo indietro per
controllare la strada fatta. Nasce così l’idea
del secolo di corsa, poiché, mentre Rovani visse in
un’epoca non incalzata dall’agitazione come la
nostra, noi stiamo sempre sparati pancia a terra. E
più gli anni passano, più sei travolto dalle mode,
dagli eventi, dalle frenesie.
Questo Novecento è stato un secolo benefico
per le scoperte scientifiche che ci ha offerto, ma
anche brutale per le guerre che è riuscito a
propinarci; un secolo di grandi eventi e personaggi,
preclari e ignobili, di ribalte e ribaltoni. Ce n’è
per tutti i gusti, anche qui da noi, dove abbiamo la
cupola di San Gaudenzio, che per effetto della sua
originale struttura è un po’ il simbolo
dell’arditezza e delle bizzarrie di coloro che qui
sono nati e vivono sotto la sua ombra protettrice.
Nel secolo di corsa Novara è cambiata: era una
piccola città di circa 25 000 abitanti che in
cent’anni si è quadruplicata. Era una società di
risaioli, calzolai e negozianti, che ha saputo
trasformarsi e moltiplicare i suoi interessi pur
senza rinnegare le sue origini. È evidente che
l’accelerazione dell’immigrazione, l’incontro
con persone dalla diversa pigmentazione, religione,
costumi e cultura ha suscitato qualche risentita
emozione, specie quando, osservando il viavai
notturno di clienti anelanti di lucciole nigeriane,
abbiamo scoperto che (almeno per ciò che riguarda
il sesso a pagamento) non siamo razzisti.
Ciò basterà per entrare nel terzo millennio?
Certamente no: nella prima metà del secolo di
corsa, nei peccaminosi salotti della villetta di via
Lombroso, il massimo dell’esotismo era
rappresentato dalla maestria dell’intrattenitrice
bolognese. Ovvero, il non
plus ultra.
Nel secolo di corsa ne abbiamo
viste e cantate molte, lasciando in disparte le mode
effimere di poche settimane, quali lo yo-yo,
l’hula-hoop,
il cubo di Rubik. Il progresso e la voglia di nuovo
hanno travolto il secolo con rapidità esponenziale.
E chi, come me, ha avuto l’occasione di
attraversarlo per un bel po’, è stato
protagonista e testimone di una serie impressionante
di eventi, fatti e misfatti, canzonette e
canzonieri, rosso e nero, giallo e verde. Di tutti i
colori.
Quindi non invidio i posteri, ai quali auguro
di aggredire il secolo nuovo con successo. Non sarà
facile, ma restare inermi non serve: la città deve
crescere e farsi più bella di quella che noi,
presto o tardi, per forza di cose, dovremo lasciare.
Noi apparteniamo alla generazione delle guerre,
delle grandi scoperte scientifiche, della notte in
bianco per aspettare che un americano posasse il
piede sulla Luna, ma anche a quella della grande
industrializzazione e del Novara Calcio in serie A,
delle ideologie tramontate e dei grandi sindaci
umanitari che hanno insegnato a tutti, pur nella
diversità delle opinioni, ad amare e rispettare
questa nostra città. Non bella – secondo il poeta
Bermani – ma da non barattarsi con altre.
Qualche mese fa un amico milanese che non vedevo da
anni mi telefona per darmi un appuntamento. Ha
urgenza di parlarmi: «Ci vediamo sull’autostrada,
alla Meridiana, dove si mangia così bene!» Lo
blocco e gli chiedo: «Ma tu, da quanti secoli non
vieni a Novara? Sono anni ormai che la Meridiana è
chiusa e giace abbandonata tra le ortiche, le
sterpaglie, i gatti randagi e non solo». Il cavo
telefonico convoglia le nostre doglianze sulla
decadenza, sulla nostalgia dei prelibati manicaretti
del signor Nino Quaranta, grande chef
farese, su un altro simbolo cittadino (e non il più
effimero) condannato all’abbandono, alla
fatiscenza. Gli parlo del mio progetto, del libro
sul secolo di corsa e concludo riferendomi a Rovani.
Il mio interlocutore, raggiunto poi all’Autogrill
di Villarboit, commenta: «Ma c’è qualcosa che può
unire te a un narratore documentato, ma prolisso,
quale è stato Rovani?»
«Forse sì. Penso che anche lui, come me, non abbia
mai inviato una e-mail
né navigato in Internet. Eppure ha scritto, molto e
meglio di come scrivo io».
Il mio amico mi guarda in faccia, si accende una
sigaretta in zona vietata ai fumatori e commenta: «Sei
incorreggibile».
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novarese"
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