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In
quegli anni gli incendi erano frequentissimi e non certo per improvvisi
corti circuiti elettrici, tanto più che in molte cascine la luce non
era ancora arrivata.
È strano come ci fossero tanti incendi!
Quando la nuvolaglia grigio‑argento si profilava all'orizzonte in
alti cumuli e dalle Alpi cominciava a tirare il vento a raffiche che
piegava gli alberi d'alto fusto, la gente accorreva a prendere le molle
e la paletta di ferro che servivano ad attizzare il fuoco nel camino, le
poneva davanti all'uscio di casa in forma di croce e pregava.
Si temeva il fuoco e la grandine; anche in chiesa don Francesco recitava
spesso il versetto "A fulgore et tempestate, libera nos, Domine!"
Dal fulmine e dalla grandine liberaci, o Signore!
Erano saette che scoppiavano sui casseri del fieno forse perché di
parafulmini non ce n'erano e allora solo il buon Dio poteva salvarci.
Ricordo quando lo zio Deci raccontava
del fulmine che gli passò accanto, "come un proiettile sotto il
cassero," diceva, e gli portò via dalle mani la cola zione, pane e
gorgonzola; fu un giorno veramente terribile.
Stava sotto il porticato a scrutare il cielo, il fulmi ne entrò nella
stalla come una boccia di fuoco e uccise quattro bovine, fuoruscendo
dalla finestra, senza incendiare il fieno; fu un attimo.
Questi temporali incendiari e fulminanti oggi sembrano scomparsi, ma li
sostituiscono cataclismi più terrificanti, le trombe d'aria, i tornado che dove passano è il deserto!
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Altri
incendi allora facevano suonare la "martinella" del campanile;
sorgevano improvvisi, di notte, e non avevano spiegazione, se non nella
vendetta covata in corpo da qualcuno per i fatti più impensati e
strani.
Ma molte volte invece si faceva risalire la colpa ai
"camminanti" quella gente balzana che per un minimo screzio o
per una scodella di minestra negata attendevano il fitto delle tenebre
per arrossare il cielo con un fiammifero buttato là dove l'erba era più
secca.
Erano incendi di cui non si trovava motivo né incendiario, magari a
cielo sereno, come era accaduto alle masserizie e ai foraggi di Mansueto
Ferrari.
Più tardi motivi se ne trovarono, quando la lotta politica raggiunse il
suo culmine: le masse del proletariato agricolo si scatenarono contro
gli agrari e allora l'incendio fu chiaramente una vendetta di chi si
attendeva che spuntasse il promesso "sol dell'avvenire"
Bruciare la proprietà di un "agrario" era diventata un'azione
meritoria!
*
* *
Nando
dell'Andromeda sapeva tutto! Su fili invisibili di una radio mai
inventata correvano le voci di cascina in cascina; dalla solitudine dei
boschi tra la Sesia e il Ticino tutto era a conoscenza di quei giramondo
che facevano parte da decenni del panorama della Bassa.
Il nonno Serafino, il più furbo e testardo della famiglia, lavorava
il Nando al corpo come un pugilatore, cercava di penetrargli i meandri
di quell'animo strano e diverso da quello dell'altra gente, l'animo del
"camminante" che non ha padroni, che non è servo d'alcuno.
Indagava il nonno, e talora scopriva cose che nessuno conosceva, cose
misteriose, fatti che risalivano ad anni passati, dei quali s'era anche
persa la memoria.
Era una calda mattina d'agosto, quando il Nando entrò dal cancello del
Molino tra l'abbaiare dei cani; deposta la fisarmonica, s'era messo alla
pompa dell'acqua per berne, come sempre, un paio di caraffe.
"Acqua salutare", diceva, "è una scopa contro i mali dei
reni e i calcoli, fa proprio bene!"
"Io preferisco il vino, rispondeva il nonno, ma anche la nostra
acqua contribuisce a mantenervi sani, manigoldi che non siete altro!
"Come mai non vai alla Fiera di Novara?
"La Fiera d'Agosto è pittoresca, si danno l'appuntamento da tutta
la provincia, agricoltori, commercianti di bestiame, venditori di
casalinghi.. e i perditempo come voi potrebbero guadagnarsi la giornata,
con quegli arnesi che suonate!"
Nando dell'Andromeda s'era quasi un poco adombrato, gli era balenata in
fronte una ruga dispettosa, subito scomparsa, perché dal nonno Serafino
si lasciava dire tutto, sapeva che amava sfrugugliarlo per strappargli
qualche parola in più dai segreti che teneva in corpo.
"Caro Serafino, Nando non va a prostituire l'Andromeda alla Fiera
d'Agosto: non sono un saltimbanco o un venditore di pianeti della
fortuna e l'Andromeda non suona per questuare, ma per divertire, tenere
allegra la gente!
"Io non provo emozioni a girare tra le bancarelle o a sentire le
orribili rime dei cantastorie o ad occhieggiare nelle vetrine dei
negozi!
"E poi con quegli odori della città che salgono da ogni parte!
"A me danno emozione le stelle cadenti nella notte di S. Lorenzo e
le lucciole che brillano sui prati; m'incanta il silenzio della notte e
mi inebriano i profumi delle erbe falciate, portati sulla scia del
vento!"
"Sei un poeta, Nando, sei un poeta!"
Cercava di addolcire l'amaro che gli aveva messo in bocca, il nonno,
mentre la nonna Marietta e la mamma restavano a bocca aperta sentirgli
dire quelle parole che pensavano fossero racchiuse solo nei libri.
Va là, Nando, che se domani vieni con me alla Fiera andremo a mangiare
trippa e bollito con testina alle Due
Spade. Avrai solo da ripulirti un poco e Andromeda la lascerai qui
al Molino".
Quasi quasi il "camminante" era tentato di andarsi a sedere
alle Due Spade, mangiare con
la tovaglia di Fiandra e i tovaglioli di lino. Ma quell'invito a
"ripulirsi" lo richiamò in sé e gli cacciò l'idea come una
tentazione.
"Preferisco restar qui tra il verde e sentire il gorgogliare
dell'acqua sotto la grande ruota che fa girare le macine; sento che la
Marietta ha preparato un gran piatto di rane fritte con prezzemolo o
forse una buona paniscia da mangiare nella padella di rame, grattando la crosta
dorata del fondo".
"State qui, Nando, diceva subito con orgoglio la nonna, lasciatelo
andare lui alla Fiera, che non ne ha mai persa una... e speriamo che
ritorni senza cantare le canzoni 'patriottiche', dopo quella barbera che
berrà".
Alla Fiera d'Agosto Nando non ci andò, preferendo la pace verde dei
grandi olmi del Molino e rinunciando volentieri alle tovaglie di Fiandra
per mangiarsi il nostro riso campagnolo e le rane, piene di sapore, ad
un tavolo rozzo di quercia sotto il portico.
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* *
Quando
il nonno con la combriccola dei suoi amici tornò dalla Fiera il sole
era una gran boccia rossa sul crinale delle Alpi e quel ritorno si
sentiva da lontano, perché i canti, che la nonna benevolmente chiamava
"patriottici", avevano lasciato il passo a più volgari strofe
antiche che si prestavano al coro di molte voci e che perfino il
cavalluccio forse conosceva, tante altre volte gliele avevano soffiate
nelle orecchie.
Ma trotterellava sotto la carrettella più in fretta di quando era
partito, poiché sentiva l'odor della biada della sua scuderia. Aveva
atteso a lungo il povero cavallo, poiché da Novara al Molino c'erano
state molte tappe d'obbligo: l'
Osteria della Noce, 1'Americana a Lumellogno e il ciabattino di
Pagliate che faceva appunto il ciabattino a perditempo; in realtà aveva
la gabella dei "Sali e Tabacchi" e in una stanza ombrosa o
sotto un grande ippocastano teneva dei tavolini per mescere sopra col
fiasco impagliato dell'ottimo vino monferrino.
All'ingresso del cancello del Molino la nonna Marietta si preoccupò di
dar una mano a suo marito per farlo scendere dalla carrettella, gli anni
già pesavano un poco; la giornata non era finita, si doveva concludere
lì con altre bottiglie stappate e altri canti. ..
"patriottici".
Ma il Nando a quell'ora aveva già guadagnato il luogo della sua notte,
il fienile sul cassero della cascina Lobietta,
dove non c'erano né gli odori che salivano dalla città, né il
frastuono dei mercanti in Fiera; solo la pace e i profumi dei campi lo
inebriavano, vegliando il suo sonno.
Dante
Graziosi
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