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RACCONTO D'ESTATE
La fiera d'agosto
(da Dante Graziosi, Nando dell'Andromeda)
 

In quegli anni gli incendi erano frequentissimi e non certo per improvvisi corti circuiti elettrici, tanto più che in molte cascine la luce non era ancora arrivata.
È strano come ci fossero tanti incendi!
Quando la nuvolaglia grigio‑argento si profilava all'orizzonte in alti cumuli e dalle Alpi cominciava a tirare il vento a raffiche che piegava gli alberi d'alto fusto, la gente accorreva a prendere le molle e la paletta di ferro che servivano ad attizzare il fuoco nel camino, le poneva davanti all'uscio di casa in forma di croce e pregava.
Si temeva il fuoco e la grandine; anche in chiesa don Francesco recitava spesso il versetto "A fulgore et tempestate, libera nos, Domine!" Dal fulmine e dalla grandine liberaci, o Signore!
Erano saette che scoppiavano sui casseri del fieno forse perché di parafulmini non ce n'erano e allora solo il buon Dio poteva salvarci.
Ricordo quando lo zio Deci raccontava del fulmine che gli passò accanto, "come un proiettile sotto il cassero," diceva, e gli portò via dalle mani la cola zione, pane e gorgonzola; fu un giorno veramente terribile.
Stava sotto il porticato a scrutare il cielo, il fulmi ne entrò nella stalla come una boccia di fuoco e uccise quattro bovine, fuoruscendo dalla finestra, senza incendiare il fieno; fu un attimo.
Questi temporali incendiari e fulminanti oggi sembrano scomparsi, ma li sostituiscono cataclismi più terrificanti, le trombe d'aria, i tornado che dove passano è il deserto!

Altri incendi allora facevano suonare la "martinella" del campanile; sorgevano improvvisi, di notte, e non avevano spiegazione, se non nella vendetta covata in corpo da qualcuno per i fatti più impensati e strani.
Ma molte volte invece si faceva risalire la colpa ai "camminanti" quella gente balzana che per un minimo screzio o per una scodella di minestra negata attendevano il fitto delle tenebre per arrossare il cielo con un fiammifero buttato là dove l'erba era più  secca.
Erano incendi di cui non si trovava motivo né incendiario, magari a cielo sereno, come era accaduto alle masserizie e ai foraggi di Mansueto Ferrari.
Più tardi motivi se ne trovarono, quando la lotta politica raggiunse il suo culmine: le masse del proletariato agricolo si scatenarono contro gli agrari e allora l'incendio fu chiaramente una vendetta di chi si attendeva che spuntasse il promesso "sol dell'avvenire"
Bruciare la proprietà di un "agrario" era diventata un'azione meritoria!  

* * *

Nando dell'Andromeda sapeva tutto! Su fili invisibili di una radio mai inventata correvano le voci di cascina in cascina; dalla solitudine dei boschi tra la Sesia e il Ticino tutto era a conoscenza di quei giramondo che facevano parte da decenni del panorama della Bassa.
Il nonno Serafino, il più furbo e testardo della famiglia, lavorava il Nando al corpo come un pugilatore, cercava di penetrargli i meandri di quell'animo strano e diverso da quello dell'altra gente, l'animo del "camminante" che non ha padroni, che non è servo d'alcuno.
Indagava il nonno, e talora scopriva cose che nessuno conosceva, cose misteriose, fatti che risalivano ad anni passati, dei quali s'era anche persa la memoria.
Era una calda mattina d'agosto, quando il Nando entrò dal cancello del Molino tra l'abbaiare dei cani; deposta la fisarmonica, s'era messo alla pompa dell'acqua per berne, come sempre, un paio di caraffe.
"Acqua salutare", diceva, "è una scopa contro i mali dei reni e i calcoli, fa proprio bene!"
"Io preferisco il vino, rispondeva il nonno, ma anche la nostra acqua contribuisce a mantenervi sani, manigoldi che non siete altro!
"Come mai non vai alla Fiera di Novara?
"La Fiera d'Agosto è pittoresca, si danno l'appuntamento da tutta la provincia, agricoltori, commercianti di bestiame, venditori di casalinghi.. e i perditempo come voi potrebbero guadagnarsi la giornata, con quegli arnesi che suonate!"
Nando dell'Andromeda s'era quasi un poco adombrato, gli era balenata in fronte una ruga dispettosa, subito scomparsa, perché dal nonno Serafino si lasciava dire tutto, sapeva che amava sfrugugliarlo per strappargli qualche parola in più dai segreti che teneva in corpo.
"Caro Serafino, Nando non va a prostituire l'Andromeda alla Fiera d'Agosto: non sono un saltimbanco o un venditore di pianeti della fortuna e l'Andromeda non suona per questuare, ma per divertire, tenere allegra la gente!
"Io non provo emozioni a girare tra le bancarelle o a sentire le orribili rime dei cantastorie o ad occhieggiare nelle vetrine dei negozi!
"E poi con quegli odori della città che salgono da ogni parte!
"A me danno emozione le stelle cadenti nella notte di S. Lorenzo e le lucciole che brillano sui prati; m'incanta il silenzio della notte e mi inebriano i profumi delle erbe falciate, portati sulla scia del vento!"
"Sei un poeta, Nando, sei un poeta!"
Cercava di addolcire l'amaro che gli aveva messo in bocca, il nonno, mentre la nonna Marietta e la mamma restavano a bocca aperta sentirgli dire quelle parole che pensavano fossero racchiuse solo nei libri.
Va là, Nando, che se domani vieni con me alla Fiera andremo a mangiare trippa e bollito con testina alle Due Spade. Avrai solo da ripulirti un poco e Andromeda la lascerai qui al Molino".
Quasi quasi il "camminante" era tentato di andarsi a sedere alle Due Spade, mangiare con la tovaglia di Fiandra e i tovaglioli di lino. Ma quell'invito a "ripulirsi" lo richiamò in sé e gli cacciò l'idea come una tentazione.
"Preferisco restar qui tra il verde e sentire il gorgogliare dell'acqua sotto la grande ruota che fa girare le macine; sento che la Marietta ha preparato un gran piatto di rane fritte con prezzemolo o forse una buona paniscia da mangiare nella padella di rame, grattando la crosta dorata del fondo".
"State qui, Nando, diceva subito con orgoglio la nonna, lasciatelo andare lui alla Fiera, che non ne ha mai persa una... e speriamo che ritorni senza cantare le canzoni 'patriottiche', dopo quella barbera che berrà".
Alla Fiera d'Agosto Nando non ci andò, preferendo la pace verde dei grandi olmi del Molino e rinunciando volentieri alle tovaglie di Fiandra per mangiarsi il nostro riso campagnolo e le rane, piene di sapore, ad un tavolo rozzo di quercia sotto il portico.  

* * *

Quando il nonno con la combriccola dei suoi amici tornò dalla Fiera il sole era una gran boccia rossa sul crinale delle Alpi e quel ritorno si sentiva da lontano, perché i canti, che la nonna benevolmente chiamava "patriottici", avevano lasciato il passo a più volgari strofe antiche che si prestavano al coro di molte voci e che perfino il cavalluccio forse conosceva, tante altre volte gliele avevano soffiate nelle orecchie.
Ma trotterellava sotto la carrettella più in fretta di quando era partito, poiché sentiva l'odor della biada della sua scuderia. Aveva atteso a lungo il povero cavallo, poiché da Novara al Molino c'erano state molte tappe d'obbligo: l' Osteria della Noce, 1'Americana a Lumellogno e il ciabattino di Pagliate che faceva appunto il ciabattino a perditempo; in realtà aveva la gabella dei "Sali e Tabacchi" e in una stanza ombrosa o sotto un grande ippocastano teneva dei tavolini per mescere sopra col fiasco impagliato dell'ottimo vino monferrino.
All'ingresso del cancello del Molino la nonna Marietta si preoccupò di dar una mano a suo marito per farlo scendere dalla carrettella, gli anni già pesavano un poco; la giornata non era finita, si doveva concludere lì con altre bottiglie stappate e altri canti. .. "patriottici".
Ma il Nando a quell'ora aveva già guadagnato il luogo della sua notte, il fienile sul cassero della cascina Lobietta, dove non c'erano né gli odori che salivano dalla città, né il frastuono dei mercanti in Fiera; solo la pace e i profumi dei campi lo inebriavano, vegliando il suo sonno.

Dante Graziosi  
 


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