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Alcune poesie tratte dal libro L’è
puesìa? L’è
puesìa? I
ò fài dal dì, Un
tuchèt dal mè cör, e
quand ià legi Iv
canti ’na canson, È
poesia? – È poesia? / Davvero non lo so! / però per me questi
versi / siano brutti o belli / hanno una grande qualità: / che sono
proprio miei! // Li ho fatti di giorno, / magari anche di notte /
(qualche volta / così, in cinque e tre otto) / nelle ore di festa o
di malinconia, / in casa, fuori, al tavolo d’osteria. // Un pezzetto
del mio cuore / scrivendole, sempre / senza fare l’avaro, / ce
l’ho messo dentro // e quando li leggo / o li racconto alla gente /
– cosa volete che vi dica? – / sono contento! / Vi canto una
canzone / la butto al vento. / Si può sentirla / tanto non costa
niente! Mi
la cambi mìa! I
dìsan che Nuàra l’è mìa bèla, Son
a la buna! I pensi a l’alegrìa Ingufass
da pan melga e da graton; càntan
i rani int al fussèt visin, vo
sü l’Aléa, i guardi la muntagna, giri
int al purtighèt ad la Canoniga, Mi
igh vöri ben! Guardi cun gran rispèt Ma
dopu, a primavera, sü ’l puntil, e
d’està, s’à fa cald, apena as poda Pö
vegna sera. E alura in cumpagnìa ....................................................... Io
non la cambio! – Dicono
che Novara non è bella, / ma sono veramente tutti matti nel cervello!
/ Per me è bella e io non la cambio / neppure con la città di Porta
Pia. // Sono alla buona! Penso all’allegria / delle belle sere
d’estate, nell’osteria: / chiacchierare, giocare a bocce, a scopa,
a briscola / – sembra la luna in cielo una luce accesa! – //
Ingozzarsi di pane di meliga e di ciccioli; / bere un bicchiere, ma
proprio di quello buono. / Dietro il pergolato si baciano i morosi, /
pensano ai confetti del giorno degli sposi, // cantano le rane nel
fossetto vicino, / suona in lontananza un organino. / O che bellezza
la periferia! / E Novara è brutta? Che bugia! // Vado sull’Allea,
guardo la montagna / neanche a Milano c’è qualcosa di simile! /
Passo nelle strade dove vanno tutti a piedi / e ci sono i portoni con
i giardini dietro, // giro nel portichetto della Canonica, / sento i
passi di curato, i passi da monaca: / è una Novara piena di poesia /
è roba fine, non da buttar via! // Io le voglio bene! Guardo con
grande rispetto / il Duomo, il Salvatore, il suo Broletto. / C’è la
nebbia d’inverno? E io vado a spasso! / C’è la neve? E va ben!
Basta coprirsi! // Ma dopo, a primavera, sul ballatoio, / conto le
rondini sopra i fili, / e d’estate, se fa caldo, appena si può /
vado all’Agogna, mi svesto, e nuoto! // Poi viene sera. E allora in
compagnia / si mangia una paniscia in osteria / si beve un grappino,
si fa insieme allegria / – sopra le stelle luccicano – e si va
via! // Ti voglio bene Novara! Non ti cambio! Pescà,
che vita sana! Al
Franco al va par pèss; che vita sana!, Int
la tola gà i vèrman. Sméan serpent, Lü
però l’è ’n crapon e ’l gà passiensa. Anca
la gent l’è fürba, ma gh’è cula parchè
da dré ’l Lisàndar ch’al vidéva, (as
sa mìa tantu ben se par amur ’S
dricia al capè. As nèta un pò i calson: As
senta ’l Franco un frècc giò par la schena; E
la trüta? Rustì cunt al bütér ........................................................ Pescare,
che vita sana! – Il
Franco va per pesci; che vita sana!, / è uno spettacolo vederlo con
la sua canna, / accovacciato sul fosso, mezzo nascosto dalle piante, /
con la strada dietro la schiena e i prati davanti. // Nel barattolo ha
i vermi. Sembrano serpenti, / ma le trote non muoiono per lo spavento,
/ li mangiano uno dietro l’altro, non abboccano, / fanno colazione,
salutano e vanno via. // Lui però ha la testa dura e ha pazienza. /
Continua a stare lì. Sicuramente pensa / che il sistema è uno, uno
il problema: / si tratta di aspettare la trota scema. // Anche la
gente è furba, ma c’è quella / che invece di essere furba e un
po’ stupida. / «Arriva». Si sente finalmente il filo che tira /«Ha
abboccato la schifosa» e lui respira, // perché dietro il Sandro che
vedeva, / gli faceva delle smorfie e un po’ rideva. / Nel fosso lo
sapevano anche i sassi / che la trota voleva suicidarsi // (non si sa
tanto bene se per amore / o per una brutta notizia dal dottore). / Ma
non tiriamola in lungo! Fatto sta / che il Franco almeno una trota
l’ha presa. // Si drizza il cappello. Si pulisce un po’ i
pantaloni: / si sente forte come il Barisoni! / Ma intanto è calato
il sole, adagio adagio, / è venuta una nebbiolina ad annunciare la
notte. // Si sente il Franco un freddo giù per la schiena; / torna a
casa. Non si mette neanche a cena. / Si mette nel letto, ci sta per
una settimana. / «Pescare le trote che bello, che vita sana!» // E
la trota? Arrostita con il burro / l’ho mangiata io, il Sandro. Sono
sincero! / «O come sono buone, Franco, le trote fresche, / nel piatto
ci sono restate soltanto le spine!» // «Credi a me. È proprio un
bel mangiare / la frittura di trota innamorata!» 1
Eugenio Barisoni (1886-1951), commerciante di materiale di caccia e
pesca, cacciatore e pescatore lui stesso, famoso per i suoi libri in
argomento. I
pòrtich dla mè cità La
sera tardi, prima d’andà a cà, I
senti gnanca un pò ’d malincunìa A
sméa ch’im dìsan: «Sü! Fa mìa ’l struson! vöri
tucài, dasiòt dagh ’na carèssa a
cui dal Dom, alti da fa spavent, ìn
piculini, früsti, i gàn bisogn, Ma
quand i rivi, dopu, in Curs Cavour Son
cusì a post. Podi c I
portici della mia città –
La
sera tardi, prima di andare a casa, / faccio il giro dei portici della
mia città. / C’è un grande silenzio, dorme già la gente, / non
gira nessuno, però a me non importa nulla. // Non sento neppure un
po’ di malinconia / perché le colonne sono lì a farmi compagnia: /
e se la torre dell’Orologio suona l’una / ci sono sempre loro a
darmi la buona notte. // Sembra che dicano: «Su! Non fare il
perditempo! / È ora d’andare a casa nel tuo lettone!» / Io mando
loro da lontano prima un bacino / poi passo loro accanto, le sfioro da
vicino, // voglio toccarle, dare loro adagio una carezza / come
l’innamorato che non ha mai fretta. / Comincio a toccare quelle del
Teatro / (certi pesano già le mele [stanno per crollare dal sonno],
russano tre o quattro!); // a quelle del Duomo, alte da fare spavento,
/ faccio solo del solletico: loro non sentono niente! / Quelle del
fondo della piazza le lascio stare, / invece, perché sono tutte
addormentate. // Sono piccoline, logore, hanno bisogno / si vede, come
i vecchi, di dormire. / Per la stessa ragione io non tocco, / quelle
di piazza delle Erbe e tiro via. // Ma quando arrivo, dopo, in corso
Cavour / – nella nostra strada principale, il corso dei signori –
/ ecco che m’aspettano, lucide come il velluto, / le belle colonne,
e mi danno l’ultimo saluto. // Sono così a posto. Posso così
andare a casa: / «Ciao, mie colonne e portici della città! / Vi do
per domani sera appuntamento, / a tarda ora, quando non c’è più
gente». |
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