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Alcune poesie tratte dal libro

L puesa?
Prende spunto da una poesia in italiano intitolata Amici, risalente agli anni 1938-1945 (cfr. bmt, p. 52).

L puesa?
Dabon mi la so mia!
Par mi sti vrs per,
sian brti o bi,
gan na gran qualit:
chn propi mi!

I fi dal d,
magari anca da not,
(na quai volta
cus, in cinq e tri vot),
int i uri ad fsta o da malincuna,
in c, da fora, al tavul dustera.

Un tucht dal m cr,
scrivndai, smpar
sensa fa l micragnus,
ghl pic dntar

e quand i legi
o i cnti s a la gent
cusa vur chiv disi?
Son cuntent!

Iv canti na canson,
la bti al vent.
S poda sentila.
Tant la custa gnent!

poesia? poesia? / Davvero non lo so! / per per me questi versi / siano brutti o belli / hanno una grande qualit: / che sono proprio miei! // Li ho fatti di giorno, / magari anche di notte / (qualche volta / cos, in cinque e tre otto) / nelle ore di festa o di malinconia, / in casa, fuori, al tavolo dosteria. // Un pezzetto del mio cuore / scrivendole, sempre / senza fare lavaro, / ce lho messo dentro // e quando li leggo / o li racconto alla gente / cosa volete che vi dica? / sono contento! / Vi canto una canzone / la butto al vento. / Si pu sentirla / tanto non costa niente!

Mi la cambi ma!

I dsan che Nura l ma bla,
ma n dabon tti mat int la scervla!
Par mi l bla e mi la cambi ma
gnanca cun la cit da Porta Pia.

Son a la buna! I pensi a lalegra
di bi seri dest, int unustera:
ciciar, giug ai boci, a scupa, a brisca
la sma la lna in ciel na luce visca!

Ingufass da pan melga e da graton;
bev un bicer, ma propi da cul bon.
Drera la tpia is bsan i murus,
i pnsan ai binis dal d da spus,

cntan i rani int al fusst visin,
al suna in luntanansa un urganin.
O che belssa la perifera!
E Nura l brta? Che bsa!

 vo  s lAla, i guardi la muntagna,
gnanca a Milan gh ma roba cumpagna!
Passi int i stri da van tti a p
e gh i purton cunt i giardin da dr,

giri int al purtight ad la Canoniga,
senti i pass da crat, i pass da mniga:
l na Nura pina da puesa,
l roba fina, ma da bt via!

Mi igh vri ben! Guardi cun gran rispt
al Dom, al Salvatur, al s Brult.
Gh la nbia dinvernu? E mi  vo  a spass!
Gh la fica? E va ben! Basta curciss!

Ma dopu, a primavera, s l puntil,
i cnti i rundulini dsura i fil,

e dest, s fa cald, apena as poda
vo a lAgogna, ma sbiti, e fo la noda!

P vegna sera. E alura in cumpagna
as mngia na panscia int lustera
s beva un grapin, s fa insma nalegra
dsura i stli sbarlsan e s va via!

.......................................................
Mi t vri ben. Nura! It cambi ma!

Io non la cambio! Dicono che Novara non bella, / ma sono veramente tutti matti nel cervello! / Per me bella e io non la cambio / neppure con la citt di Porta Pia. // Sono alla buona! Penso allallegria / delle belle sere destate, nellosteria: / chiacchierare, giocare a bocce, a scopa, a briscola / sembra la luna in cielo una luce accesa! // Ingozzarsi di pane di meliga e di ciccioli; / bere un bicchiere, ma proprio di quello buono. / Dietro il pergolato si baciano i morosi, / pensano ai confetti del giorno degli sposi, // cantano le rane nel fossetto vicino, / suona in lontananza un organino. / O che bellezza la periferia! / E Novara brutta? Che bugia! // Vado sullAllea, guardo la montagna / neanche a Milano c qualcosa di simile! / Passo nelle strade dove vanno tutti a piedi / e ci sono i portoni con i giardini dietro, // giro nel portichetto della Canonica, / sento i passi di curato, i passi da monaca: / una Novara piena di poesia / roba fine, non da buttar via! // Io le voglio bene! Guardo con grande rispetto / il Duomo, il Salvatore, il suo Broletto. / C la nebbia dinverno? E io vado a spasso! / C la neve? E va ben! Basta coprirsi! // Ma dopo, a primavera, sul ballatoio, / conto le rondini sopra i fili, / e destate, se fa caldo, appena si pu / vado allAgogna, mi svesto, e nuoto! // Poi viene sera. E allora in compagnia / si mangia una paniscia in osteria / si beve un grappino, si fa insieme allegria / sopra le stelle luccicano e si va via! // Ti voglio bene Novara! Non ti cambio!

Pesc, che vita sana!
Qualche giorno prima di Pasqua, io Lisndar Sandro Bermani sono andato col mio amico Franco Alliata a pescare in un fosso nei pressi di San Pietro Mosezzo. Veramente io non pescavo, era lui che pescava. Non posso dire proprio che mi sia divertito. Stavo l ad aspettare che lui prendesse qualche pesce. Ne ha presi difatti, parecchi. Ma son passate parecchie ore prima che prendesse il primo. E intanto che aspettavo ho fatto questa poesia, dedicata a lui.

Al Franco al va par pss; che vita sana!,
l n spetcul vidl cun la s cana,
csci s l foss, ms a scund di pianti,
cunt la stra dr la schena e i pra davanti.

Int la tola g i vrman. Sman serpent,
ma i trti mran ma par la spavent,
i lpan vn dr lltar, bcan ma,
fan culassion, saldan, e van via.

L per l n crapon e l g passiensa.
Al cuntnua a st l. Sicr al pensa
che l sistema le vn, vn al prublema:
as trata da spt la trta scema.

Anca la gent l frba, ma gh cula
che inveci da vess frba l un p ciula.
La riva! As senta finalment al fl chal tira
L buc la scarusa e l l respira,

parch da dr l Lisndar chal vidva,
al faseva di mchi e un p l rideva.
Int al fss la savevan anca i sass
che la trta la vureva suicidass

(as sa ma tantu ben se par amur
o na brta nutssia dal dutur),
ma stuma ma a menala! Fatu st
che l Franco almen na trta l ciap.

S dricia al cap. As nta un p i calson:
as senta fort cumpgn dal Barison!1
Ma intant gh ndi gi l sl, dasit dasit,
na nebita gh gn a prunt la not.

As senta l Franco un frcc gi par la schena;
al turna a c. As mta gnanca a scena.
S cascia in tal lt, gha st par na smana.
Pesca i trti che bl, che vita sana!

E la trta? Rust cunt al btr
l magn mi, al Lisndar. Son sincer!
Oh cum in buni, Franco, i trti freschi,
int al pit gh rest sultant i rsghi!

........................................................
Crdam a mi. L propi un bl mangi
la fritra da trta inamur!

Pescare, che vita sana! Il Franco va per pesci; che vita sana!, / uno spettacolo vederlo con la sua canna, / accovacciato sul fosso, mezzo nascosto dalle piante, / con la strada dietro la schiena e i prati davanti. // Nel barattolo ha i vermi. Sembrano serpenti, / ma le trote non muoiono per lo spavento, / li mangiano uno dietro laltro, non abboccano, / fanno colazione, salutano e vanno via. // Lui per ha la testa dura e ha pazienza. / Continua a stare l. Sicuramente pensa / che il sistema uno, uno il problema: / si tratta di aspettare la trota scema. // Anche la gente furba, ma c quella / che invece di essere furba e un po stupida. / Arriva. Si sente finalmente il filo che tira /Ha abboccato la schifosa e lui respira, // perch dietro il Sandro che vedeva, / gli faceva delle smorfie e un po rideva. / Nel fosso lo sapevano anche i sassi / che la trota voleva suicidarsi // (non si sa tanto bene se per amore / o per una brutta notizia dal dottore). / Ma non tiriamola in lungo! Fatto sta / che il Franco almeno una trota lha presa. // Si drizza il cappello. Si pulisce un po i pantaloni: / si sente forte come il Barisoni! / Ma intanto calato il sole, adagio adagio, / venuta una nebbiolina ad annunciare la notte. // Si sente il Franco un freddo gi per la schiena; / torna a casa. Non si mette neanche a cena. / Si mette nel letto, ci sta per una settimana. / Pescare le trote che bello, che vita sana! // E la trota? Arrostita con il burro / lho mangiata io, il Sandro. Sono sincero! / O come sono buone, Franco, le trote fresche, / nel piatto ci sono restate soltanto le spine! // Credi a me. proprio un bel mangiare / la frittura di trota innamorata!

1 Eugenio Barisoni (1886-1951), commerciante di materiale di caccia e pesca, cacciatore e pescatore lui stesso, famoso per i suoi libri in argomento.

I prtich dla m cit

La sera tardi, prima dand a c,
fo l gir di prtich ad la m cit.
Gh un gran silensi, dorma gi la gent,
gira nissn, per mi mna fa gnent.

I senti gnanca un p d malincuna
parch i culoni n l a fm cumpagna:
e se a la Tur dlUrlogg al suna al bot
ghn smpar lur par dam la buna not.

A sma chim dsan: S! Fa ma l struson!
L ura dand a c int al t licion!
Migh mandi da luntan prima un basin
p igh passi renta, i sfiri da visin,

vri tuci, dasit dagh na carssa
cum linamur chal g mi prssa.
Cuminci a tuc s cui dal Tetar
(certi psan gi i pum, rnfan tre o qutar!);

a cui dal Dom, alti da fa spavent,
igh fo sul dal ghilit: lur sntan gnent!
Cui dal fund ad la piassa i lassi st,
inveci, parch n tti indurment,

n piculini, frsti, i gn bisogn,
as veda, cum i vecc, da fa di sogn.
Par la stssa rason mi tuchi ma
cui dla piassa di Erbi, e i tiri via.

Ma quand i rivi, dopu, in Curs Cavour
int la nostra stra granda, al curs di sciur!
cu masptan, lstri m l velt,
i bi culoni, e im dan lltim salt.

Son cus a post. Podi c us and a c:
Ciu, m culoni e prtich dla cit!
Iv d par duman sera apuntament,
a lura tarda, quand gh p da gent.

I portici della mia citt La sera tardi, prima di andare a casa, / faccio il giro dei portici della mia citt. / C un grande silenzio, dorme gi la gente, / non gira nessuno, per a me non importa nulla. // Non sento neppure un po di malinconia / perch le colonne sono l a farmi compagnia: / e se la torre dellOrologio suona luna / ci sono sempre loro a darmi la buona notte. // Sembra che dicano: Su! Non fare il perditempo! / ora dandare a casa nel tuo lettone! / Io mando loro da lontano prima un bacino / poi passo loro accanto, le sfioro da vicino, // voglio toccarle, dare loro adagio una carezza / come linnamorato che non ha mai fretta. / Comincio a toccare quelle del Teatro / (certi pesano gi le mele [stanno per crollare dal sonno], russano tre o quattro!); // a quelle del Duomo, alte da fare spavento, / faccio solo del solletico: loro non sentono niente! / Quelle del fondo della piazza le lascio stare, / invece, perch sono tutte addormentate. // Sono piccoline, logore, hanno bisogno / si vede, come i vecchi, di dormire. / Per la stessa ragione io non tocco, / quelle di piazza delle Erbe e tiro via. // Ma quando arrivo, dopo, in corso Cavour / nella nostra strada principale, il corso dei signori / ecco che maspettano, lucide come il velluto, / le belle colonne, e mi danno lultimo saluto. // Sono cos a posto. Posso cos andare a casa: / Ciao, mie colonne e portici della citt! / Vi do per domani sera appuntamento, / a tarda ora, quando non c pi gente.


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