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STORIA |
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ORIGINI |
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Novara è situata tra il torrente
Agogna e il
Terdoppio e dista 101 chilometri da Torino e 50 da Milano. La città ebbe origini
antichissime, tanto che quando si formò nella sua totalità, Roma non esisteva ancora. Inizialmente Novara non era un centro cittadino ben definito ma costituiva linsieme
delle popolazioni che abitavano i laghi vicini o le pianure circostanti. Riguardo alle
origini della città vi sono due ipotesi differenti: secondo Catone furono fondatori i
Levi, una tribù ligure stanziatasi tra il Sesia e il Ticino, secondo Plinio i Galli
Vertocomacori. La storia ci dice comunque che Novara venne edificata in un primo tempo dai
Liguri e, dopo essere stata distrutta dai Galli di Belloveso, fu ricostruita dai
Vertocomacori, popolazione gallica proveniente dalla Provenza. Così le caratteristiche
celtiche prevalsero su quelle liguri e il nome stesso di Novara può derivare da due
termini gallici: ar, che significa "sopra" e var,
"acqua". In effetti la città si trova in una posizione elevata rispetto ai
luoghi circostanti ed è vicina a fiumi e torrenti. Novara presenta un
impianto tipico degli insediamenti romani sulla Gallia Cisalpina ed
è costruita attorno a due assi principali: il DECUMANO ( attuali
Corso Italia e Corso Cavallotti) e il CARDO ( Corso Cavour e Corso
Mazzini). La città era difesa da una cerchia di mura ancora visibili
in piazza Cavour, all’Istituto Santa Lucia, all’ex caserma dei
vigili del fuoco e all’ex collegio Gallarini. In queste mura
costruite con OPUS MIXTUM si aprivano quattro porte, da cui
partivano le strade in direzione di Milano, Vercelli-Ivrea,
Tortona-Genova e verso il Sempione. Il perimetro racchiuso dalle
mura era sacro, per questo non vi potevano essere sepolti i corpi
dei defunti, che avevano la loro sepoltura all’esterno della città.
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DAI ROMANI AI
LONGOBARDI |
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Intorno al 187 a.C., i
Romani, soggiogati gli Etruschi e gli altri popoli dellItalia meridionale, fecero in
modo che Novara diventasse una colonia. Il dominio romano è testimoniato da monumenti e da
marmi con iscrizioni di quel periodo, conservatisi sino ad oggi. Tali reperti artistici
fanno riferimento allesistenza di edifici sacri e profani, di magistrature, collegi
e personaggi illustri, consentendo di ricostruire aspetti della vita del tempo. Durante il
periodo romano, Novara fu naturalmente una città pagana legata a divinità
dellOlimpo greco che erano ereditariamente passate al culto romano.
Nei secoli
successivi al dominio romano, la storia di Novara si fa buia e offuscata sino al 569 d.C.,
con loccupazione dei Longobardi che si stabilirono nella città, unendosi alla
popolazione indigena. La dominazione longobarda fu molto significativa da un punto di
vista religioso. Infatti, proprio in questo periodo, la popolazione novarese abbandonò il
culto olimpico greco-romano per abbracciare il cristianesimo, divulgato secondo la
tradizione da san Gaudenzio, primo vescovo della città.
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DOPO IL MILLE |
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In
età medioevale, dopo le violente lotte con Enrico V che,
assalita Novara nel 1110, ne distrusse le mura, il
potere vescovile predominante venne subordinato al nuovo
ordinamento comunale. I secoli dal XII al XV furono per
la città densi di avvenimenti politici: sottomessa da
Federico Barbarossa nel 1154, Novara aderì alla Lega
Lombarda nel 1168, contro i conti di Biandrate. Proprio
la spartizione con Vercelli delle terre sottratte ai
signori di Biandrate, portò ad uno scontro tra le due
città, che si risolse nel 1194 con il trattato di
Casalino, il quale sancì la Sesia come confine. Lo
stretto rapporto con la Lega Lombarda e con l’Imperatore
aveva rafforzato il ruolo del comune sul vescovo,
favorendo un’ampia oligarchia nobiliare, non solo di
Novara, ma anche del contado, e fu proprio
l’ingovernabilità conseguente ai conflitti trai i vari
membri dell’aristocrazia per il controllo di Novara a
consigliare la nomina di un podestà proveniente da
fuori, ciò segnava la decadenza dell’autorità
episcopale. Proprio per regolare i rapporti tra il
comune e la chiesa, venne stipulato il “lodo del 1219”,
il quale stabiliva la divisione delle sfere di
competenza tra i due organi e la restituzione al vescovo
dei beni sottrattigli, inoltre stabiliva la signoria
episcopale su Orta e sull’Isola, la quale durò sino
all’età moderna. I rapporti intessuti con Milano
all’epoca della prima Lega non si erano mai dissolti e
avevano fatto orbitare Novara nella sfera d’influenza di
Milano, la quale all’indomani della nascita della II
Lega Lombarda, l’aveva chiamata al suo fianco contro
l’Imperatore Federico II. Troviamo così sino alla
stipula della pace, nel 1233, uomini di Novara sui vari
campi di battaglia, ma soprattutto contro il papa, il
quale l’aveva scomunicata e il suo vescovo si era
ritirato a San Giulio d’Orta. Nel 1243 fu il legato
papale Gregorio da Montelongo a togliere la scomunica
alla città, dopo che anche Vercelli aveva abbandonato la
Lega e si era schierata con il pontefice. La concordia
tra le due città durò poco, in quanto la Val Sesia fu
nuovamente causa di scontro, scontro che si acuì quando
Vercelli passò dalla parte imperiale, mentre Novara
rimaneva con il papa, era il 1247. La pace tra le due
città giunse solo nel 1254 e imponeva a Novara la
rinuncia ad ogni pretesa sulla Val Sesia. Il periodo di
pace vide l’aggravarsi dei rapporti tra le famiglie
aristocratiche di Novara, le quali schierate erano
divise in due fazioni ben distinte: quella "sanguinea",
di tendenza guelfa, e quella "rotonda", affine ai
ghibellini. È importante sottolineare che tali fazioni
non avevano tanto lo scopo di esprimere una tendenza
politica, quanto piuttosto di mettere in luce rivalità
tra famiglie, aspirazioni personali e volontà di
prevalenza. Per far fronte alle lotte interne cittadine,
la popolazione comunale novarese decise di essere
governata da un podestà o capitano del popolo: il primo
fu Martino della Torre, uomo capace che riuscì ad
attenuare i contrasti tra le diverse fazioni. La
famiglia della Torre ebbe numerosi podestà in Novara,
tra questi Francesco della Torre, il quale nel 1272 si
fece costruire il castello con un torrione chiamato la
Turrisella. Nemmeno il castello potè, nel 1273,
impedire ai Tornielli e ai Cavallazzi, loro alleati, di
occupare la città. Gli anni successivi furono
caratterizzati da continue lotte tra le famiglie
cittadine, mentre i Torriani, mai domi, minacciavano
Novara dal contado. La situazione non cambiò per circa
un ventennio, quando una lega contro Matteo Visconti,
capitano del popolo di Milano, sbaragliò i Tornielli
suoi alleati, e aprì le porte al governo congiunto di
Cavallazzi e Brusati, mentre i Torriani, dopo la
cacciata del Visconti, entrarono in Milano, era il 3
ottobre 1302. Con la scomparsa dei Visconti dalla
Lombardia, ci fu il trionfo della parte guelfa, anche se
durò poco, dato che nel 1310 il nuovo Imperatore Enrico VII discese in Italia ed anche a Novara sostò nel
dicembre di quell’anno accompagnato dai Tornielli, la
visita imperiale sanciva la pace tra le famiglie
novaresi. La pace durò appena un anno, e nella primavera
del 1311 i Brusati e i Cavallazzi si unirono contro i
Tornielli, ma furono sconfitti e costretti ad
abbandonare la città, riparando nel contado, a garantire
il successo, completatosi nel 1316, fu l’intervento dei
Visconti, ma d’altra parte legò la città
indissolubilmente alla famiglia lombarda. La vera natura
dell’aiuto visconteo alla città, era quella di potersene
impadronire, come accadde nel 1332, quando Giovanni
Visconti divenne vescovo e Conte di Novara dopo la
cacciata dei Tornielli, con lui terminava anche la
storia del Comune a favore della Signoria. Quando nel
1353 andò formandosi la coalizione anti-viscontea Novara
fu considerata uno snodo importante per il controllo
della pianura e così il marchese del Monferrato, che
comandava l’esercito, dopo aver deciso in un primo tempo
di puntare su Pavia, si fece convincere dagli esuli
novaresi al suo seguito ad attaccare la città. Il marchese dopo aver occupato senza colpo ferire la
periferia, pose l’assedio al castello, il quale cadde il
21 gennaio 1357, i Visconti con i loro alleati si
rifugiarono a Galliate e da lì aspettarono il momento
propizio per attaccare, il momento giunse sul finire di
lunghe trattative tra il marchese e Galeazzo Visconti,
permettendo così il 18 giugno 1358 l’entrata in Novara
del Visconti accompagnato dai Tornielli. Le soldataglie,
chiamate dal marchese del Monferrato Giovanni II
Paleologo per resistere all’imposizione imperiale di
cedere le terre conquistate, attraversarono il novarese
dirette verso Pavia e dietro si lasciarono oltre ad una
scia di devastazioni e saccheggi anche la peste, che
imperversò per tutto il 1362-1363. Gli ultimi anni del XIV secolo passarono in pace, con i Visconti, ottenuto
il titolo ducale, intenti ad organizzare i loro domini
novaresi, pace che era destinata a finire con i primi
anni del XV secolo.
Questo periodo è testimoniato dai dittici eburnei della fine del secolo V,
conservati presso lArchivio Capitolare.
Petrarca a Novara.
18 giugno 1358,
a cura di Dorino Tuniz e Francesco Cognasso, Novara
Insediamenti
medievali tra la Sesia e il Ticino,
a cura di Giancarlo Antenna, Novara 1999.
L'ovest Ticino nel
Medioevo: terre, uomini, edifici. Indagini in Pombia,
Oleggio, Marano Ticino,
atti del convegno (dal 13 al 14 giugno 1998), Novara
2000.
(testo di Lorandi
Giacomo, © Interlinea / Novara on line - Tutti i diritti
riservati)
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DAGLI
SFORZA ALLA SPAGNA |
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Il XV secolo vide la disgregazione
dell’unità territoriale del Novarese e la perdita di
ogni influsso sulla Val Sesia, ora dominio dei Borromeo
conti di Arona ad opera di GianGaleazzo prima e Filippo
Maria Visconti dopo, questo fu possibile per il periodo
di pace che caratterizzò la prima metà del Quattrocento,
eccezion fatta per le vicende legate al condottiero
Facino Cane, che tra il 1407 e il 1412 fu signore di
Novara. Con la morte di Filippo Maria nel 1447, la
famiglia dei Visconti si estingueva, aprendo la lotta
per il controllo delle sue terre. Da tempo il Ducato di
Savoia era interessato ad estendere i suoi domini oltre
la Sesia, così nel 1447 Ludovico di Savoia, figlio di
Amedeo VIII, si offriva come protettore dei novaresi,
mentre Francesco Sforza, che aveva sposato una figlia
illegittima di Filippo Maria Visconti, rivendicava il
Novarese per sé, per diritto di parentela. L’esercito
dello Sforza attaccò Novara sul finire del 1448 e senza
nemmeno combattere, approfittando della trascuratezza in
cui versavano le difese, occupò i borghi intorno al
castello e quindi trattò la resa della città. I novaresi
riconobbero loro signore Francesco, era il 1449 e sino
al 1495 Novara visse in pace, tanto più che dal luglio
1470 era stata donata da Galeazzo alla moglie Bona di
Savoia, quale dono per la nascita del loro primogenito.
La primavera del 1495 si aprì con l’occupazione di
Novara da parte delle truppe del Duca d’Orleans, la
facile conquista fu dovuta ad un tradimento, perpetrato
dai maggiori esponenti delle famiglie Tornielli e
Caccia. Saputo dell’accaduto Ludovico Sforza, detto il
“Moro”, si adoperò per trovare le risorse per l’assedio
della città, arrivarono truppe da Venezia, dal Piemonte
e dalla Svizzera. L’assedio fu molto duro, aggravato dal
diffondersi di malattie, fortunatamente per la città il
3 ottobre 1495 si firmò a Vercelli la pace. La tregua
durò sino al 1499 quando i Francesi il 23 settembre
occuparono Novara, e con loro rientrarono anche i
Tornielli, il Moro intanto era riparato a Bressanone,
qui stava organizzando la riconquista, la quale si
concretizzò nel febbraio del 1500, fu ripresa Milano e
il 5 marzo venne posta sotto assedio Novara, lo slancio
della avanzata verso Milano era andato esaurendosi di
pari passo con l’esaurirsi del denaro, fortunatamente
per Ludovico, furono i novaresi a chiedere ai Francesi
la capitolazione, i quali la concessero e permisero al
Moro di entrare in città. Lo Sforza permise al esercito
francese di uscire dalla città proprio mentre Luigi XII
di Francia giungeva con i rinforzi. Anche a Ludovico
erano arrivati rinforzi, soprattutto svizzeri, e si
preparò a resistere all’accerchiamento della città. L’8
aprile iniziò lo scontro, nella notte gli svizzeri dei
due schieramenti fraternizzarono e si accordarono per
permettere la cattura del Duca, segnando così la fine
della guerra e permettendo ai francesi di rioccupare
Novara. L’ingombrante presenza francese nel Nord della
penisola, dava fastidio a molti soprattutto a
Massimiliano Sforza, così fu organizzata una spedizione,
con l’aiuto degli svizzeri, per la riconquista delle
terre lombarde, Novara nel frattempo era controllata da
contingenti elvetici. La guerra inizialmente si ebbe
nella bassa pianura padana, ma ben presto si spostò
sotto le mura di Novara, qui i due contingenti di
svizzeri si scontrarono per due giorni, quando i
francesi seppero dell’arrivo di un contingente sforzesco
decisero di attestarsi su nuove posizioni poco fuori la
città, qui però dovettero subire l’urto dei due
schieramenti e furono sconfitti presso l’Ariotta (6
giugno 1513). Il dominio novarese dello Sforza durò poco
tempo, dopo la sconfitta di Marignano, i francesi
recuperarono la città nel 1521, si aprì allora un
periodo convulso per la città, dove venne occupata e
persa dai francesi sino al 1526 quando passò nell’orbita
spagnola di Carlo V, nuovo signore di Milano.
L’imperatore Carlo V insediò nel 1529 Francesco II
Sforza quale Duca di Milano e signore di Novara, sino
alla sua morte nel 1535, allora Novara passò nelle mani
degli spagnoli, con la sola eccezione del periodo
Farnese (1538-1602). Con l’avvento dell’età spagnola si
chiude un secolo turbolento per Novara e si apre un
periodo di transizione, che si concluderà con il
passaggio al dominio savoiardo.
I
tessili nell’età di Carlo Bescapè vescovo di Novara
(1593-1615), a cura di Paolo venturosi, Novara, pp. 464
Da Carlo Borromeo a
Carlo Bascapè. La pastorale di Carlo Borromeo e il Sacro
Monte di Arona,
atti della giornata culturale di Arona 1984, Novara, pp.
376
Carlo Bascapè sulle
orme del Borromeo. Coscienza e azione pastorale in un
vescovo di fine Cinquecento,
atti del convegno di studi di Novara, Orta e Varallo
1993, Novara 1994, pp. 51
Carlo
Bascapè,
La passione di un Vescovo sulle
orme di san Carlo, a cura di
Germano Zaccheo, Novara 1993, pp. 64, ill.
(testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line
- Tutti i diritti riservati)
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DALLA SPAGNA AL PIEMONTE
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Il XVII secolo vide il ritorno di Novara sotto il
controllo diretto della Spagna, fu in questi primi anni
che la città dovette affrontare l’onere delle nuove
fortificazioni, imposte dai nuovi dominatori, questo
associato alla crisi finanziaria che affliggeva il
Novarese sollevò un diffuso sentimento anti-spagnolo,
tanto più che ormai la città era divenuta alloggiamento
per le truppe, con quanto ne conseguiva. I lavori di
fortificazione procedevano a rilento e quando il duca di
Savoia Carlo Emanuele I, nell’ambito della guerra del
Monferrato (1628-1631), si presentò sotto le mura della
città, salvo poi ritirarsi senza colpo ferire. Se Novara
era scampata alle armi del savoiardo certo non potè
sfuggire alla peste del 1630, preceduta da tre anni di
violenta carestia che misero a dura prova la
popolazione, il morbo causò la morte di un quarto della
popolazione. Quando ancora la città si stava, a fatica,
riprendendo dalla carestia fu attaccata dall’esercito
del duca di Savoia Vittorio Amedeo I, in marcia verso
Milano per conquistarla. Solo la morte del duca salvò
Milano, ma non impedì a Novara di essere flagellata dalla
guerra, proprio perchè zona di confine, sino alla pace
dei Pirenei del 1659. Con la pace la città potè iniziare
la rinascita economica, ma come spesso capitava durò
poco e Novara si trovò coinvolta nella guerra di
successione spagnola (1701-1714), ma già dal 1690 la
città era in allarme per la presenza di truppe ducali
nei pressi della Sesia, per fortuna il Novarese dovette
pagare solo in termini di uomini mandati al seguito dei
francesi, prima nell’assedio di Vercelli e poi a quello
di Torino, mentre la città non subì danni. Dopo la
vittoria di Torino le truppe di Eugenio di Savoia e
quelle del cugino Vittorio Amedeo II puntarono verso
Milano e il 18 settembre 1706 era sotto le mura di
Novara, la quale si arrese due giorni dopo senza che
fosse stato sparato un solo colpo. Nonostante fosse
stata conquistata dalle armi sabaude, Novara fu concessa
agli Asburgo, nell’ambito della grande spartizione dei
territori spagnoli iniziatasi nel 1707, ancora prima
della fine della guerra; questa decisione mal si
conciliava con le mire espansionistiche dei piemontesi,
i quali nel 1733 rompendo l’alleanza con gli austriaci
si unirono ai francesi per la conquista di Milano e del
Novarese. Sul finire del 1733 le truppe sabaude si
attestarono di fronte alle mura della città, e il 7
gennaio la città si arrese a Carlo Emanuele III, il
quale garantì protezione alla città. Con il trattato di
pace del 1739 Novara e Tortona divennero territori del
Re di Savoia. Terminava così un lungo periodo di guerre,
che aveva portato carestie, malattie e povertà,
l’annessione al regno di Sardegna significò un lungo
periodo di pace rotto solo dalla Rivoluzione francese.
Vittorio Sonzini,
Tre stampatori nella
Novara del Seicento,
Novara 2005
(testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line
- Tutti i diritti riservati)
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LA
RIVOLUZIONE FRANCESE E L'EPOCA NAPOLEONICA
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Il dominio sabaudo sul Novarese durò meno di un secolo,
la minaccia delle truppe francesi costrinse il Re di
Sardegna a firmare prima l’armistizio di Cherasco (1796)
e pochi mesi dopo quello di Parigi, sancendo così
l’assoluto asservimento alla Francia e permettendo il
passaggio sulle sue terre delle truppe francesi
destinate ai vari fronti. Il 1798 segnò la fine del
dominio savoiardo sul Piemonte a favore delle Repubblica
francese. Novara dal 1797 era luogo d’accantonamento
delle truppe destinate, secondo gli accordo tra Regno di
Sardegna e Francia, agli eserciti d’oltrealpe, questo
non faceva che facilitare la diffusione di idee
giacobine tra i cittadini, idee che sfociarono in un
tumulto il 25 di luglio 1797, quando simpatizzanti della
rivoluzione insieme ad alcuni artiglieri del locale
presidio piemontese, presero a cannonate il castello e
solo il pronte intervento del Savoia cavalleria evitò il
dramma, erano i prodromi della rivoluzione che anche a
Novara non tardò a manifestarsi. Infatti il 6 dicembre
1798 il capitano francese Jean Abbè si era presentato
presso Porta Milano chiedendo il transito attraverso la
città, nonostante gli accordi tra Piemontesi, che
tenevano la città, e francesi non lo prevedessero.
Apertagli la porta, dalla sua carrozza e da quella che
seguiva scesero dei soldati che disarmarono le guardie e
aprirono le porte alle avanguardie della divisione
Victor Perrin. Entrati in città ebbero facilmente
ragione dei difensori, che ancora dormivano, e
rinchiusili nel Duomo, issarono l’albero della libertà
in piazza. Con l’arrivo dei francesi si moltiplicarono i
sostenitori della Rivoluzione, anche tra il clero, i
quali si affrettarono ad installare municipalità simili
a quella novarese in tutto il contado. Il periodo
rivoluzionario però durò poco già nella primavera del
1799 l’esercito russo del generale Vukassovich entrava
in città liberandola dai giacobini, preambolo della
restaurazione del legittimo sovrano sui territori
piemontesi. Sul finire di quell’anno però le truppe
francesi si riaffacciarono a sud delle alpi e il 29
maggio 1800 le prime truppe transalpine entrarono in
Novara. Con il ritorno dei giacobini si presentò il
problema su amministrare la città e la campagna e più in
generale su quale dovesse essere l’entità del territorio
amministrato, dopo diverse indecisione sul modello
amministrativo da seguire, il 2 novembre 1800 nasceva il
Dipartimento dell’Agogna, con Novara capoluogo di 5
distretti comprendenti un territorio di 200 miglia
quadrate, dalle alpi al vigevanese, con la Sesia come
confine con lo stato francese. Novara era allora parte
delle Repubblica Cisalpina, mentre il Piemonte era stato
unito al territorio direttamente amministrato da Parigi.
Il passaggio dalla Repubblica Cisalpina al Regno
d’Italia (1805) non comportò grandi cambiamenti nella
vita dei novaresi, e quando furono segnalate truppe
austro-russo varcare le alpi le popolazioni videro la
fine della guerra e nulla fecero per difendere la
Rivoluzione. Nella primavera del 1814 sfilarono per
Novara i francesi in ritirata e con loro se ne andava la
guerra, al loro posto si insediavano gli austriaci, e
alla città veniva chiesto di mantenerli, ma era tale la
gioia per la cacciata del tiranno e per la fine della
guerra che ci furono espressioni di giubilo in tutta
Novara e nelle campagne. Vittorio Emanuele I, rientrato
in Torino il 20 maggio 1815, restaurò quanto stabilito
prima della rivoluzione e Novara ritornava ad avere i
territori che già controllava, con l’esclusione di
Vercelli e la Lomellina. In conclusione si può dire che
pochi tra i novaresi si fecero convincere della bontà
delle idee rivoluzionarie, in quanto si era del parere
che non sarebbe cambiato nulla, ciò che interessava alla
popolazione, di Novara ma anche delle campagne, era la
fine delle ostilità e se per ottenerla bisognava
cacciare i francesi, allora ben vengano gli austriaci.
La memoria di
Napoleone,
a cura di Marco Albertario e Susanna Borlandelli, Novara
2007, pp. 304, ill.
Carlo Francesco Frasconi.
Erudito paleografo storico 1754- 1836,
a cura di PierGiorgio
Longo e Angelo Stoppa,
Novara, pp. 368
(testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line
- Tutti i diritti riservati)
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IL RISORGIMENTO E IL
23 MARZO 1849
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Con
la Restaurazione, Novara riprese la sua vita regolare,
nel 1822 ricevette la visita del Re Carlo Felice e della
Regina Maria Cristina diretti a Verona, nel 1825 i Reali
di Napoli e nel 1828 ancora Carlo Felice alla volta
delle Isole Borromee. Scarsa eco ebbero i moti
costituzionali del 1821, di bel altro tenore furono le
reazioni alla notizia della concessione dello Statuto
nel 1848, fu cantato il Te Deum in cattedrale e
tutta la popolazione fu in festa, si aprì, così, una nuova
stagione di libertà e di coinvolgimento delle massi
popolari, ad iniziare dalla formazione della milizia
cittadina. Il periodo di pace e di prosperità venne
interrotto dal sopraggiungere delle notizie da Milano,
la città era insorta il 19 marzo, e il 23 Carlo Alberto
decise di aiutare i milanesi dando l’ordine di passare
il Ticino e puntare su Milano. Intanto a Novara la voce
di un imminente arrivo degli Austriaci fece radunare la
Guardia Nazionale, fortunatamente si trattò solo di prigionieri
da condurre ai luoghi di raccolta, così potè ritornare
la calma, almeno sino al 5 agosto quando le truppe
piemontesi ripiegarono su Novara, all’indomani della
sconfitta di Carlo Alberto nella prima fase della Prima
guerra d’Indipendenza. Il mantenimento delle truppe
costò caro alla città, ma venne fatto di buon grado,
spinti da un forte sentimento patriottico, tale che vide
Novara in prima fila nel sostegno della Repubblica di
San Marco contro gli austriaci. Intanto truppe
piemontesi giungevano di rinforzo al confine del Ticino
alloggiando nei paesi circonvicini, si era ormai
prossimi a quelle giornate tanto importanti per la sorte
dell’Italia Unita. Il 16 marzo 1849 Carlo Alberto era a
Novara, quattro giorni dopo la denuncia dell’armistizio
di Salasco, e il 20 passava, con i suoi generali, il
Ticino diretto a Milano. Per prevenire un invasione
austriaca da Sud, venne inviato il generale Ramorino
presso Cava Manara, il quale disubbidì all’ordine di
fermarsi, lasciando scoperto il fianco meridionale
all’avanzata del nemico. Saputo dell’accaduto il Re
decise di ripiegare su Novara, era il 21 di marzo, e già
a sera arrivarono le prime avanguardie nemiche.
Trascorso il 22 a riorganizzare i due schieramenti, la
battaglia si scatenò il 23, dalla mattina a sera e si
concluse con la sconfitta dei piemontesi, i quali si
rovesciarono in città ormai sbandati. Intanto il Re con
il suo Stato Maggiore si erano recati a Palazzo Bellini
in attesa delle condizioni per l’armistizio, queste
arrivarono a sera e furono un duro colpo per il Re, la
severità delle richieste consigliò al sovrano di
abdicare, addossandosi così tutta la colpa della
sconfitta e della decisione di attaccare l’Austria. Il
Re dopo aver designato come suo successore il figlio
Vittorio Emanuele II, partì per l’esilio in Portogallo,
mentre il 25 marzo il nuovo Re discuteva della pace con
il maresciallo Radetzky, a Vignale. Le condizioni si limitarono a
chiedere la cessazione delle spinte costituzionali e la
riaffermazione del potere reale sulle camere, le truppe
austriache rimasero a Novara sino al 26 agosto, quando
il reggimento Nizza Cavalleria riconsegnò la città ai
Savoia. Per dieci anni la città visse in pace e
prosperò, quando il 30 aprile 1859, nell’ambito della II
guerra d’Indipendenza, comparve sotto Novara l’esercito
austriaco, il quale si limitò ad imporre requisizioni.
Fu l’unico costo patito dalla città durante la guerra,
il 1 giugno l’imperatore Napoleone III entrava in città,
segnando così la fine delle ostilità.
Gli anni successivi furono per Novara caratterizzati da
pace e sviluppo economico, cessò di essere punto di
partenze per le truppe impegnate oltre confine, dato che
la frontiera venne spostato dal Ticino. La città visse
con trasporto e partecipazione gli eventi dell’Unita
italiana, ai quali parteciparono anche i novaresi. I
quarant’anni che separano l’unificazione nazionale dal
nuovo secolo furono per Novara un momento di progresso e
sviluppo, con la nascita d’industrie, della Banca
Popolare di Novara e di numerose istituzioni culturali,
come la Società Storica Novarese, nata sulle ceneri
dell’Associazione Archeologica Novarese, e dell’istituto
musicale Brera.
Paolo Cirri,
Novara, 23 marzo
1849. La svolta della politica risorgimentale piemontese,
Novara 1998.
Carlo Calcaterra,
Novara nel 1849.
Romanzo storico,
Novara 2001.
Giovanni barbero, Paolo Cirri,
I luoghi della
battaglia di Novara del 23 marzo 1849 e l’abdicazione di
Carlo Alberto,
Novara 2001.
Glauco Oioli,
Hanno voluto la guerra ne
subiscano le conseguenze,
Novara 2009.
La
prima guerra d’indipendenza vista da un soldato,
a cura di Orazio Boggio Marzet, Paolo Cirri e Mario E.
Villa, Novara 2005.
Franco Guerra,
Storia illustrata
della battaglia di Novara,
Novara 2004.
Francesco Cognasso,
Storia di Novara,
Novara 1992.
(testo di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line
- Tutti i diritti riservati)
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IL NOVECENTO
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Il nuovo secolo si aprì per Novara come si era chiuso il
precedente, più interessata al proprio progresso sociale
ed industriale, che alle rivolte
che caratterizzarono gli ultimi anni del XIX e i primi
anni del XX secolo un po’ in tutta Italia. Anche lo scoppio
della I Guerra Mondiale la trovò di fatto indifferente,
tanto che non si ebbero per il 1914 alcun tipo di
manifestazione né a favore dell’intervento né della
neutralità, tanto più che era anno d’elezioni
amministrative a Novara e la gente era più interessata a
questo, che ad avvenimenti lontani. Le cose cambiarono
nella primavera del 1915, quando i giornali iniziarono
ad occuparsi di quello che sarebbe stato il ruolo
all’interno dello scacchiere europeo, in città la
situazione però rimase immutata, la cittadinanza non
era particolarmente attenta alla possibile entrata in
guerra, anzi si può affermare che si preferisse la
neutralità, con la metà di maggio, sempre più spesso, si
scontrarono quanti volevano l’entrata in guerra e quanti
il mantenimento della neutralità. Con la dichiarazione
di guerra, il 24 maggio 1915, ma soprattutto dopo il
passare dei primi mesi, anche nel Novarese si diffuse un
sentimento di rifiuto della guerra, sostenuto dalle
difficoltà economiche che affliggevano le famiglie delle
classi più umili, sentimento che andava peggiorando con
il tempo che passava, sino a sfociare negli scioperi del
1917 contro il caro viveri e le condizioni di lavoro
nelle fabbriche e nell’agricoltura. Finita la guerra con
l’armistizio del novembre ’18, non finirono le proteste
dei socialisti, i quali reclamavano migliori condizioni
di vita per i lavoratori. Furono anni quelli tra il ’19
e il ’21 di grandi proteste, che a Novara si
concretizzarono nello sciopero dei lavoratori agricoli.
Fu proprio in risposta a questo movimento di protesta
che iniziarono a diffondersi dal gennaio del 1921, i
primi gruppi fascisti, inizialmente con danneggiamenti e
aggressioni, anche in risposta a violenze subite, ma
dall’estate del ’22 le cose peggiorarono e la violenza
squadrista si fece più diffusa. Con l’avvento del
fascismo anche Novara si uniformò alle nuove direttive
che giunsero da Roma, gli anni trenta furono gli anni
della Grande Crisi, che colpì la città e le campagne
provocando una diminuzione dei salari e un generale
impoverimento sociale. L’entrata in guerra dell’Italia
nel 1940 colse di sorpresa la città nessuno se lo
aspettava e le reazioni furono,a differenza di quanto
scritto dalla stampa di regime, di preoccupazione e
sorpresa, soprattutto di chi aveva un congiunto in età
da militare. Ben presto la paura si concretizzò vedendo
i novaresi impiegati sui vari fronti di guerra, da
ultimo il fronte Russo, dove la divisione “Sforzesca” fu
impegnata dall’estate ’42. Intanto chi era rimasto a
casa doveva fare i conti con il razionamento, con
l’aumento dei prezzi e la scarsità di materie prime, ciò
diffondeva un sentimento di sfiducia nei confronti del
fascismo. L’armistizio del ’43 infonde nella
cittadinanza nuove speranze, presto infrante dall’arrivo
delle truppe tedesche, che il 12 settembre occupano la
città, la naturale reazione di quanti non si
rassegnarono, fu Resistenza. Con i tedeschi venne
introdotto il coprifuoco, la persecuzione raziale si
intensificò e numerosi furono le rappresaglie, a
contrapporsi a questo solo la lotta partigiana.
All’indomani della Liberazione, i fascisti saccheggiano
la sede della Banca d’Italia presso la locale sede della
Banca popolare di Novara, ma ormai hanno le ore contate,
infatti nella notte del 25 aprile i partigiani avevano
circondato la città e l’indomani obbligavano alla resa i
fascisti e le SS, il 26 aprile entrarono in città e
annunciarono la fine della guerra, tre giorni dopo
giunsero gli Alleati, mentre il 30 ripresero le attività
lavorative in tutto il territorio. La fine del conflitto
fu festeggiata il primo maggio da un comizio al teatro
“Coccia”.
Gustavo Stroffarello,
Provincia di Novara (1891),
Novara 1993.
Mauro Ballarè,
Scoop!
Il Novecento in prima pagina,
Novara 2001.
Nessuno potrà tenersi in disparte,
a cura di Adolfo Mignemi, Novara 200
Amarcord novarese. Immagini inedite tra le due guerre
dall’archivio fotografico Bertona,
a cura di Gaudenzio Barbè, Roberto Mazzetta e Gianfranco
Milone, Novara 2000.
Novara anni trenta,
a cura di Giuseppe Veronica e Mauro Begozzi, Novara 2008
(testo
di Lorandi Giacomo, © Interlinea / Novara on line -
Tutti i diritti riservati)
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